L’atomica degli Ayatollah

L’atomica degli Ayatollah

Gli eventi viennesi che vedono protagonisti l’Iran degli Ayatollah ed il consesso nucleare internazionale ricordano una partita di scacchi. Un confronto tra due attori che mettono in campo abilità e sagacia contrapposte a quelle avversarie. Le variabili sono molteplici. E la partita procede secondo logiche che vedono il gioco svilupparsi secondo una multidimensionalità che varia in funzione del numero delle chance e che plasma le conseguenti e possibili previsioni circa l’esito dei negoziati. Tuttavia, in un procedere che richiama alla ratio del tit for tat, manca ancora la genialità inattesa ed azzardata della mossa del cavallo; tutto procede secondo stereotipi rigidi che portano a considerare la concreta possibilità che tutto possa concludersi con un nulla di fatto cosa che, allo stato dell’arte, producendo effetti negativi, non può che indurre a panorami pessimistici, dato che le variabili che connotano l’evoluzione delle trattative si riconducono a clichè noti e non idonei all’indicazione di soluzioni capaci di uscire dagli schemi.

La diplomazia a Vienna ha rimarcato le richieste iraniane, volte a richiedere l’alleggerimento se non il completo sollevamento dal regime sanzionatorio a partire dal 2018 secondo gli intendimenti dell’Ayatollah Ali Khamenei, ricusando peraltro una serie di compromessi il cui raggiungimento era già stato dato precedentemente per consolidato. In questa prospettiva non deve stupire il fatto che Teheran abbia negato all’AIEA la possibilità sia di avere accesso o di visionare le registrazioni delle videocamere di sorveglianza dei siti nucleari sensibili, sia di monitorare le scorte di uranio arricchito, in sensibile aumento rispetto a quanto stabilito nel 2015. Insomma, prima l’impolitico Trump, ora il riluttante Biden, poi il conservatore Raisi, hanno contribuito a tenere in un limbo sospeso un accordo patologicamente labile e rischioso, sulla valutazione della cui utilità non ci sono state mezze misure, ed in cui forse gli uni hanno creduto troppo e gli altri troppo poco.

Un nuovo contesto politico

Quel che è certo che, mai come ora, il contesto è connotato da aspetti di pura marca realistica in cui l’idealismo si perde nell’orbita degli elettroni di un nucleo quanto mai instabile. L’arma atomica, malgrado le politiche deterrenti perseguite negli ultimi decenni, possiede ancora il fascino perverso esercitato dai vari Dottor Stranamore proliferati al di fuori del club atomico ufficiale, impegnato sia a preservare difficili equilibri di potere e di nuclear sharing di attori come la Nato, sia a cercare di controllare, o talvolta colpevolmente ad agevolare, pericolose fughe in avanti di alleati regionali in preda ad ambizioni più grandi di reali possibilità e desideri evanescenti, in ambiti in cui si moltiplicano punti di faglia che vedono da un lato i detrattori dell’arma atomica contrapposti ai supporter dell’equilibrio deterrente, contesti in cui difficilmente un trattato potrà mai far anche immaginare di mettere al bando la capacità egemonica di accendere un piccolo e devastante sole sui Paesi antagonisti.

Il versante pubblico della negoziazione in corso a Vienna ha evidenziato, da un lato, il tentativo di impedire all’Iran di ottenere uranio e plutonio fissile sufficiente per un’arma nucleare, dall’altro di rimodulare o eliminare del tutto il pacchetto sanzionatorio statunitense, applicato in funzione dell’esercizio di una pressione economica interna crescente che ha contribuito all’incremento dell’inflazione ed alla peggior crisi economica dagli anni ’50, cosa che però non ha impedito di fornire sostegno ai gruppi sciiti. Recentemente il Centro iraniano di statistica ha annunciato che il tasso di inflazione, nel periodo estivo, ha raggiunto il 45%, con punte del 55% nel settore alimentare.

Nello stesso periodo la valuta iraniana ha perso ulteriori 15 punti percentuali nei confronti del dollaro. Va anche considerato che i negoziati originari si sono svolti più di un lustro fa, quando le previsioni di evoluzione tecnologica delle forze missilistiche e dei droni, non considerando un veloce progresso, rientravano in ipotesi avveniristiche. Il ritiro americano dal JCPOA, intesa originariamente firmata nel 2015, comparato all’evoluzione tecnologica iraniana, ed alla luce dei presunti attacchi israeliani agli impianti di centrifughe sotterranee di Natanz, sta a testimoniare la necessità che l’accordo dovrebbe essere ripreso secondo paradigmi diversi da quelli passati e, soprattutto, fa supporre che il duello nucleare del MO continuerà segretamente per permettere alla Repubblica Islamica di schierare una valida forza nucleare.

Realisticamente, di quanto tempo avrebbe dunque bisogno il breakout iraniano[1], visto che, dopo il ritiro USA dal JCPOA, l’Iran ha ammesso di aver ripreso l’arricchimento ad un livello del 20%, e ha minacciato di giungere al 60[2] se i negoziati non allevieranno le difficoltà indotte dalle sanzioni? È oggettivamente ipotizzabile l’accettazione americana del principio dell’irreversibilità di un possibile accordo escludendo dai negoziati i caveat di Gerusalemme? Quanto è affidabile Teheran che segue l’iter pakistano, nella fissione ad alto rendimento e nello schierare un’arma senza averla testata preliminarmente? Nulla nel JCPOA stabilisce in chiaro quali siano le facoltà concesse nel controllare le attività già esperite o in corso sia in ambito nucleare che di sviluppo di idonei vettori, atti a supplire alle inefficienze delle forze aeree di Artesh; in questo ambito è opportuno rammentare sia che mezzi asimmetrici utili alla destabilizzazione dell’area del Golfo Persico sono già stati forniti a Hezbollah libanesi e a Houthi yemeniti, sia che la vendita sino russa di sistemi d’arma evoluti potrebbe incentivare altri stati regionali ad acquisire proprie capacità nucleari capaci di sottrarre o quanto meno di limitare la rilevanza geostrategica israeliana.

Insomma, come persuadere l’Iran a rinunciare al mantenimento della sua superiorità balistica regionale?

Sullo sfondo la guerra di ombre tra Gerusalemme e Teheran, che si dipana tra attacchi cyber sempre più estesi e diffusi[3], incursioni marittime[4] lungo le rotte in transito al largo di Hormuz, puntate offensive sulla Siria, e la strategia del doppio forno che diversi Stati del Golfo Persico hanno iniziato a coltivare, inclusa la collaborazione con Gerusalemme e Washington grazie agli accordi di Abramo; se Israele è una garanzia di sicurezza in assenza degli USA, che dopo l’Afghanistan hanno molto da perdere e poco da guadagnare, negoziare con Teheran costituisce un riconoscimento di rilevanza regionale.

La cronaca della morte annunciata dei negoziati porterà inevitabilmente ad una cascata di conseguenze; Israele, alle prese con una mezzaluna sciita sempre più pervasiva da Iraq, Siria e Libano, ha già reso noto di non escludere azioni autonome volte a garantire una sopravvivenza che si scontra con il radicalismo di Raisi, Presidente di uno Stato sì teocratico ma in cui l’apparato economico e militare parallelo dei Pasdaran detta regole sempre più stringenti che però nulla hanno potuto per evitare l’eliminazione del Comandante dei Pasdaran Qassem Soleymani e dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizade. Per Gerusalemme la questione nucleare iraniana rappresenta dunque una sfida, e la sua negoziazione, una presa in giro come l’ha definita il Ministro della Difesa Gantz ma, al contempo, anche un’opportunità per sviluppare una nuova ed ampia strategia regionale che, tuttavia, non frenerà di certo alcun tipo di attività di sabotaggio, di certo molto più efficace rispetto ad un ritiro ancorché parziale delle sanzioni, ma che deve considerare l’impatto che produrrebbe sia sulle relazioni con l’alleato statunitense, comunque preavvertito circa l’esistenza di altre opzioni, sia sulla credibilità in ambito politico internazionale. In ogni caso, non è improprio ricordare che le minacce di attacco israeliane devono essere considerate alla luce della rivelazione degli aspetti politici divergenti circa le difficoltà operative di esecuzione: un’azione come quella ipotizzata non escluderebbe di certo una reazione veemente da parte di Hezbollah dal Libano. Le IDF stanno toccando ora con mano i rischi di un’impresa che non ha come oggetto solo la lotta al progetto nucleare, ma una competizione strategica di lungo termine che non ha tuttavia impedito l’eliminazione di personalità di spicco.

Dall’altro lato della barricata, l’Iran è in cerca di appoggi certi da parte di Cina, Russia e Stati del Golfo come gli EAU, peraltro ammoniti dagli USA circa l’effettuazione di transazioni finanziarie non conformi al regime sanzionatorio inflitto all’Iran[5] ma non per questo fuori dai giochi diplomatici che vedono gli Emirati al centro di colloqui tra statunitensi e persiani; una posizione comunque pericolosa perché al centro delle conseguenze di possibili ed incontrollabili crisi, ma che non ostacolerà gli incontri bilaterali irano – sauditi. Non è fuori luogo rammentare, comunque, che anche l’Iran coltiva validi motivi economici per tornare al JCPOA, per esempio avere accesso ai fondi sui conti internazionali attualmente congelati, o per contenere un malcontento serpeggiante e che anima soprattutto ciò che rimane della classe media, comunque utile a distrarre l’attenzione collettiva grazie alle proteste per la carenza di pane prima, e di acqua dopo nella zona del Khuzestan, senza contare i frequenti blackout elettrici.  Anche le aspettative nutrite per lo sviluppo delle fonti rinnovabili hanno subito uno stop susseguente all’imposizione delle sanzioni, e malgrado il ritiro degli investitori occidentali l’Iran sta puntando a divenire un attore di rilievo sul mercato energetico dell’Asia Occidentale, grazie all’apertura dei corridoi energetici ed all’adesione alla Shanghai Cooperation Organisation. Paradossalmente, le sanzioni statunitensi comminate hanno finito per avvicinare i soggetti politici che Washington intendeva colpire, ovvero: Cina, Iran e Russia. Al centro dell’agenda politica iraniana, rimangono prioritarie le relazioni con i paesi vicini, in particolar modo l’Arabia Saudita, e la ricerca di un modus vivendi con l’Emirato islamico Afghano, guidato dai talebani. Paradossalmente anche l’Azerbaigian, oggetto degli strali di Khamenei, in quanto alleato di Gerusalemme, è divenuto motivo di contrasto a livello internazionale. In sintesi, l’approccio iraniano può essere definito come massimalista, laddove le richieste iraniane si fondano su spunti che, per gli USA, non possono essere punti di partenza di una trattativa. L’atteggiamento iraniano comincia dunque ad essere considerato come un escamotage per guadagnare tempo durante cui fare passi in avanti nel programma di arricchimento di minerale fissile.

L’importanza dei negoziati

Un eventuale fallimento dei negoziati potrebbe sia deteriorare ulteriormente i già compromessi rapporti tra i due Paesi, sia determinare un aumento della competizione bilaterale, con ripercussioni in tutto il Golfo. A sua volta, l’amministrazione USA non ha fornito particolari dettagli sull’accordo più lungo e più forte a cui punta, per non parlare delle iniziative che assumerebbe nel caso di un fallimento delle trattative. Anche le alleanze (vere o presunte) rilevano: Mosca e Pechino, sul lungo termine, ritengono l’accordo necessario ai propri interessi, quanto meno per sfruttarlo a fini tattici per intralciare Washington. Dal suo canto, Teheran è cosciente del fatto che rendere il suo programma nucleare irreversibile creerebbe una deterrenza tale da garantire una sia pur effimera posizione di forza. Anche gli USA però hanno fretta, specialmente per il fatto che la rimozione delle sanzioni sull’export petrolifero agevolerebbero la sponda cinese. E Israele? Gerusalemme continuerebbe la campagna per flemmatizzare il programma iraniano pur continuando a combattere la sua guerra di ombre sul mare, e pur continuando a battere milizie sciite e Pasdaran in Siria. Al momento la tattica più plausibile per il futuro più prossimo consiste nel non prendere alcuna decisione vincolante, mantenendo la cornice diplomatica delle negoziazioni, ma sempre considerando il fatto che l’Amministrazione USA ha già dimostrato di essere poco propensa ad ulteriori concessioni, tanto da non far escludere il ricorso ad altre opzioni più aggressive. 


[1] È il tempo necessario per l’Iran per produrre 25 chilogrammi di uranio per scopi bellici, sufficienti per un’arma nucleare. 

[2] Da un punto di vista dell’uso civile è sufficiente che l’uranio sia arricchito sotto al dieci per cento perché sia utilizzabile come combustibile nelle centrali nucleari; la soglia dell’uso militare richiede arricchimenti superiori attorno al novanta per cento.

[3] Uno dei primi attacchi informatici avvenne tra il 2008 e il 2009, quando il Mossad sviluppò e molto probabilmente diffuse un virus nell’impianto nucleare di Natanz. Per mesi il virus Stuxnet sabotò le centrifughe iraniane.  Nel 2020 Israele è stato alle prese con un attacco informatico contro la propria rete idrica, attribuito all’Iran.

[4] Da rammentare l’attacco del 29 luglio alla Mercer Street, petroliera di proprietà giapponese battente bandiera liberiana, amministrata dalla Zodiac Maritime, del miliardario israeliano Eyal Ofer, attaccata con due droni lanciati dai pasdaran a nord-est dell’isola di Masirah, al largo delle coste dell’Oman.

[5] Una linea più dura sul rispetto delle sanzioni includerebbe Malaysia, Turchia e Cina

Gino Lanzara

Gino Lanzara, romano del '65, Ufficiale MM, laureato in management e comunicazione d'impresa e scienze diplomatiche e strategiche, è specializzato in analisi geopolitica e sicurezza, ed ha pubblicato un saggio sulla guerra economica. Specializzato sull'area MENA, collabora con testate online sempre in tema geopolitico.

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