Crans-Montana: stessa tragedia, due narrazioni

Crans-Montana: stessa tragedia, due narrazioni

Il 1° gennaio 2026, poco dopo la mezzanotte, un incendio divampa a Le Constellation, discoteca nel cuore di Crans-Montana, stazione sciistica del Canton Vallese. Muoiono 41 persone, 116 i feriti — la grande maggioranza giovanissimi. Sei le vittime italiane, tutte tra i 16 e i 17 anni, 14 i feriti alcuni dei quali riportano ustioni gravissime.

Da quel momento, due Paesi vicini — Italia e Svizzera — iniziano a raccontare la stessa storia. Ma lo fanno in modi così diversi che, a distanza di settimane, sembra quasi che stiano parlando di eventi separati. Due linguaggi, due sensibilità, due sistemi di valori che si scontrano senza riconoscersi. E nel mezzo, migliaia di italiani che vivono in Svizzera, a fare da traduttori involontari tra mondi che non riescono a comunicare.

Questo articolo non è un atto d’accusa verso nessuno dei due Paesi. Non cerca colpevoli, non assegna torti. Cerca invece di capire — attraverso le voci di chi ha vissuto questa storia da vicino — come si sia prodotto uno dei più clamorosi fallimenti di comunicazione tra due nazioni che condividono un confine, migliaia di cittadini e, almeno in apparenza, i valori fondamentali dell’Europa occidentale.

Il silenzio delle autorità e il fragore dei media

Quando Giuseppe Guastella, inviato speciale del Corriere della Sera, arriva a Crans-Montana il mattino del 1° gennaio 2026, trova un’atmosfera surreale. La conferenza stampa delle autorità si è appena conclusa — non nella stazione turistica dove è avvenuta la tragedia, ma in un paese tra Sion e Crans-Montana. Il punto di incontro allestito per i giornalisti è già vuoto. Sul posto non ci sono comunicati, non c’è un portavoce, non c’è nulla. «Il comune si è chiuso a riccio — me lo ricordo bene. Sul posto non abbiamo avuto nessun tipo di informazione. Quello che riuscivamo ad avere lo abbiamo ottenuto dalle testate locali, dalla televisione svizzera, da qualche sito locale. La comunicazione svizzera non c’è stata, non c’è proprio stata».

Guastella è un cronista giudiziario con decenni di esperienza, abituato a seguire le grandi tragedie italiane. Sa come funziona una gestione mediatica dell’emergenza. Quello che vede a Crans-Montana lo lascia disorientato per il vuoto comunicativo che la circonda.

Le prime conferenze stampa ufficiali sono scarne e difensive. Il sindaco risponde solo alle domande per cui ha già le risposte scritte. Un’agenzia di comunicazione viene ingaggiata dal comune, ma il suo lavoro non convince. Le autorità cantonali del Vallese seguono i loro protocolli — comunicati misurati, rispetto ferreo delle procedure investigative, nessuna apertura emotiva verso le famiglie delle vittime straniere.

In Italia, nel frattempo, accade l’opposto. Le televisioni aprono i loro telegiornali con immagini strazianti. Gli opinionisti prendono posizione. I talk show si riempiono di ospiti indignati. I social network esplodono. La parola “strage” entra nel vocabolario corrente della copertura. E qualcuno decide di fare qualcosa che, in Svizzera, non avrebbe nemmeno un nome.

Post di Ivan Zazzaroni / Instagram — pubblicato con autorizzazione dell’autore

Il giornalismo dell’empatia: il caso Zazzaroni

Ivan Zazzaroni è il direttore del Corriere dello Sport-Stadio, uno dei quotidiani sportivi più letti in Italia. Non è un inviato speciale a Crans-Montana. Non sta seguendo la tragedia come cronista. Eppure, nelle settimane e nei mesi successivi all’incendio, diventa uno dei volti più riconoscibili dell’attenzione italiana verso le vittime — non attraverso le pagine del suo giornale, ma attraverso il suo profilo Instagram personale.

Tutto nasce da un post. Una signora gli scrive che durante una partita tra le squadre giovanili Enotria e Scaroni aveva reso omaggio a Kean Talingdan, un ragazzo italiano di origine filippina di sedici anni rimasto gravemente ustionato nell’incendio, e a Leo, un altro giovane ferito. Zazzaroni pubblica un post. Gli arrivano messaggi dai genitori di Kean. «Ho saputo che Kean era milanista e ho chiesto ad Allegri e ad alcuni giocatori del Milan di fare dei video di sostegno. Sia Rabiot, sia Modrić, sia Leão hanno registrato dei messaggi per lui. I genitori mi hanno ringraziato dicendo che per lui era molto importante. A un certo punto Kean mi ha mandato un messaggio e ha voluto parlarmi. Quando ho sentito la sua voce — lui che mi diceva ‘non voglio deludere nessuno, ce la farò’ — da padre mi sono commosso profondamente».

Da quel momento Zazzaroni non si ferma più. Va all’Ospedale Niguarda di persona. Porta con sé la maglia di Modrić firmata da tutta la squadra del Milan. Fa telefonare Kean con Allegri. Quando scopre che le ragazze ferite non ricevono visite di celebrities come i ragazzi, chiede a Blanco di andarle a trovare — e Blanco va. Poi arriva Marracash, poi Sérgio Gomes del Milan, poi l’Inter, poi Achille Lauro.

I post quotidiani di Zazzaroni raccolgono migliaia di messaggi. Soprattutto donne — madri, sorelle, figlie — che si immedesimano, che chiedono di continuare a scrivere, che ringraziano. Una catena umana che tiene viva l’attenzione su una vicenda che rischiava di essere dimenticata. «Il giornalista l’ho messo veramente da parte. Il tipo di intervento che faccio è di carattere umano ed è una ricerca continua di tenere alta l’attenzione su questo caso. Non voglio che la gente pensi che ho fatto queste cose per qualcosa in cambio. È una questione di integrità».

Questo approccio — empatico, personale, fisicamente presente nella storia — è quasi inimmaginabile nel contesto mediatico svizzero, dove un codice deontologico scoraggia esplicitamente l’intrusione nella vita privata delle vittime. Zazzaroni ne è consapevole, e risponde con chiarezza. «Capisco il codice deontologico, ma ‘privato’ è un concetto relativo. Io ho sempre chiesto ai genitori se potevo scrivere una cosa, fare qualcosa, pubblicare una foto. I video che ho non li ho mai pubblicati. Ma qui si parla d’altro — si parla di condivisione delle loro sofferenze, di attenzione. Non c’è nulla di privato. È una cosa talmente pubblica, talmente sentita».

Chi aveva ragione — la deontologia svizzera o l’empatia italiana? La domanda è mal posta, perché presuppone che esista una risposta unica. Ciò che è certo è che i due approcci hanno prodotto effetti opposti e, soprattutto, incomprensibili l’uno all’altro.

L’indagine, i Moretti e il problema delle procedure

Sul piano giudiziario, la distanza tra i due sistemi emerge con ancora maggiore chiarezza. Guastella osserva la gestione dell’indagine svizzera con l’occhio allenato del cronista specializzato. «Quello che a me ha lasciato molto perplesso è stata la mancanza di un intervento immediato da parte della magistratura nel sequestrare e bloccare tutto. Non mi ha scandalizzato il fatto che i Moretti non siano stati arrestati — anzi, nei primi giorni ho anche apprezzato lo spirito garantista della giustizia svizzera. Si tratta di reati colposi, non dolosi, e la procuratrice cantonale disse che non c’era alcun pericolo di fuga. Ma era necessario fare tante altre cose».

Una di queste cose era acquisire immediatamente tutta la documentazione relativa a Le Constellation. Invece, gli atti vengono chiesti al comune — che è lo stesso ente responsabile dei controlli sulla sicurezza — e consegnati qualche giorno dopo. Parte di quelli che riguardano i lavori del 2015 vengono addirittura ritrovati a casa di un ex responsabile della sicurezza. «Nessuno sospetta che abbiano cercato di nascondere le prove. Ma già il principio — che il comune, che era responsabile dei controlli sulla sicurezza, decidesse cosa dare e cosa non dare alla magistratura — per noi italiani lascia molto da desiderare».

E poi c’è l’episodio dell’arresto di Jacques Moretti, il proprietario del locale. Un arresto che avviene il 9 gennaio — in concomitanza con la cerimonia di commemorazione a Martigny, alla presenza delle delegazioni italiana, svizzera e francese. «Moretti è stato in carcere un paio di settimane e poi è stato scarcerato. Se non c’era motivo per arrestarlo, non c’era motivo di scarcerarlo. Sembrava un modo per accontentare l’opinione pubblica, essenzialmente italiana».

Ma la questione più profonda riguarda il concetto stesso di giustizia. In Italia è percepita come risposta emotiva al dolore — deve essere rapida, visibile, proporzionale alla gravità del fatto nel sentire collettivo. In Svizzera è una procedura — lenta, garantista, indipendente dalla pressione esterna. Sibilla Bondolfi, giornalista zurighese di SRF, radio e televisione svizzera, con una formazione giuridica, lo esprime in modo lapidario. «Non è possibile deviare dalla legge sotto la pressione dell’opinione pubblica. Se un risultato è discutibile, bisogna cambiare le leggi — non infrangerle».

È su questa frattura — non una questione di buona o cattiva volontà, ma di vocabolari diversi — che si innesta anche la lettura di Andrea Giovanni Pogliani, avvocato milanese con una lunga esperienza nei rapporti giuridici italo-svizzeri. «Più delle differenze di legge, è stata decisiva la distanza tra le aspettative culturali. Il punto più difficile è stato far capire che, nei due Paesi, la parola ‘giustizia’ non produce automaticamente la stessa reazione emotiva e giuridica. In Italia, dopo una tragedia, ci si aspetta spesso un percorso molto esposto pubblicamente; in Svizzera, invece, la risposta istituzionale è più sobria e più frammentata nei suoi passaggi».

Pogliani aggiunge un’osservazione che vale come diagnosi dell’intera vicenda: se fin dall’inizio fosse stato spiegato con chiarezza come funzionava il sistema svizzero — penalmente, sanitariamente, sul piano dei risarcimenti — molte incomprensioni si sarebbero attenuate. Non il dolore, non la richiesta di verità. Ma la sensazione di distanza e di freddezza che in Italia è stata così forte. «Quando manca una spiegazione semplice e condivisa, ogni passaggio tecnico rischia di diventare un caso politico o mediatico».

Post di Ivan Zazzaroni / Instagram — pubblicato con autorizzazione dell’autore

Lo sguardo svizzero: Bondolfi e la traduzione impossibile

Sibilla Bondolfi scrive in tedesco, per SRF, radio e televisione svizzera. I suoi articoli su Crans-Montana — analisi precise, documentate, costruite sulla sua competenza giuridica — vengono poi tradotti in italiano e pubblicati su tvsvizzera.it e swissinfo.ch. In Svizzera è la giornalista che meglio ha spiegato il funzionamento del sistema dall’interno.

Bondolfi non sapeva che i suoi articoli sarebbero stati tradotti. Ha scritto per spiegare ai propri lettori i meccanismi giuridici di una crisi che anche in Svizzera era difficile da comprendere. «Nei miei articoli spiego la situazione giuridica svizzera a un pubblico svizzero — sono dottoressa in giurisprudenza e corrispondente giudiziaria — perché sono consapevole che molti svizzeri saranno sorpresi da determinate decisioni legali, in quanto contro-intuitive. Ciò vale ancora di più per un pubblico italiano, perché il diritto svizzero differisce da quello italiano».

La sua postura è quella di una giornalista che osserva una crisi del proprio Paese, non di una mediatrice tra due culture. Non difende il sistema svizzero — anzi, riconosce esplicitamente i fallimenti della comunicazione istituzionale — ma lo spiega, lo contestualizza, lo sottrae alla logica della colpa immediata. «Non ho mai preteso di difendere il sistema svizzero. Al contrario: ho dato voce a diverse posizioni, alcune delle quali critiche. Non è mio compito giudicare se il sistema svizzero sia buono o cattivo. I lettori possono formarsi questa opinione da soli».

E poi c’è un’osservazione che sorprende, perché capovolge le aspettative: non è l’Italia a essersi lasciata contagiare dall’emotività svizzera. È il contrario. «Mi ha sorpreso il modo in cui i media svizzeri, tradizionalmente piuttosto sobri, si sono lasciati contagiare dall’emotività. Non è una critica: la pressione dell’opinione pubblica può certamente avere un effetto. Ma non deve sfociare in una Lynchjustiz — una giustizia di linciaggio».

Le fatture: un malinteso tecnico diventato caso diplomatico

Nessun episodio della vicenda di Crans-Montana illustra meglio il fallimento comunicativo tra i due Paesi dell’episodio delle fatture ospedaliere. A settimane dall’incendio, alcune famiglie italiane delle vittime si trovano nella cassetta della posta una busta dall’ospedale svizzero. Dentro: una fattura per cure mediche, per importi compresi tra 17.000 e 66.800 franchi. In calce, una nota: «La fattura non deve essere pagata».

In Italia scoppia una tempesta. Giornali, televisioni, social network si mobilitano. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni pubblica un post durissimo, parlando di «insulto oltre che beffa» prodotta da «una disumana burocrazia». L’ambasciatore svizzero viene convocato. Si parla di crisi diplomatica.

Dal punto di vista svizzero, la situazione era tecnicamente lineare. Come ha ricostruito la Neue Zürcher Zeitung in un’analisi di Daniel Gerny e Matthias Sander, l’Ospedale di Sion aveva agito nel pieno rispetto di una normativa europea — recepita dalla Svizzera nell’ambito degli accordi sulla libera circolazione — che prevede l’invio delle fatture al paese di provenienza del paziente. Le note «non da pagare» erano lì proprio per segnalare alle famiglie che non dovevano preoccuparsi. Ma non è bastato. Gli Ospedali di Berna e Zurigo avevano scelto una strada diversa — sospendere la fatturazione e attendere istruzioni. Una scelta non imposta dalla legge, ma dettata da un’intelligenza diplomatica che a Sion é mancata.

Pogliani inquadra l’episodio con precisione chirurgica. «È stato soprattutto un errore di comunicazione, anche se nato da un meccanismo amministrativo automatico. Dal punto di vista tecnico, la fattura poteva avere una sua logica interna, ma dal punto di vista umano e simbolico, il risultato è stato devastante. Ricevere, dopo una tragedia, un documento con cifre elevate e con una formula che dice ‘non deve essere pagata’ crea comunque smarrimento e rabbia. In casi del genere non basta correggere l’errore: bisogna spiegarlo subito, in modo chiaro e unico, perché altrimenti il danno di percezione diventa più grave dell’errore stesso».

Guastella, dal canto suo, mette in prospettiva la reazione italiana. «Tecnicamente è comprensibile quello che è successo. Ma è stato percepito come un ulteriore mattone nell’insensibilità svizzera. Noi abbiamo il sistema sanitario nazionale pubblico e gratuito — uno dei migliori del mondo. Non siamo abituati a vederci arrivare fatture. Dopo quello che è successo, come si fa a chiedere 75.000 euro per 15 giorni di ospedale?».

A dare una chiave di lettura culturale è Gottlieb F. Höpli, ex caporedattore dello St. Galler Tagblatt, che ha pubblicato sulla NZZ un Gastkommentar destinato a far discutere. Partendo da un’esperienza personale — una frattura curata gratuitamente in un ospedale italiano — costruisce una tesi semplice e potente. «In Italia, culturalmente, l’empatia viene prima dell’economia. Chi ha la sfortuna di dover ricorrere all’assistenza medica non deve anche pagare caro per questo — la collettività si fa carico. Questo è in contrasto diametrale con i principi del sistema sanitario svizzero. Dal punto di vista italiano, detto in modo netto: l’economia viene prima dell’empatia. Questa differenza mentale fondamentale è la ragione dell’incomprensione».

L’episodio delle fatture non è dunque un errore di cinismo. È un errore di comunicazione preventiva — la mancanza di qualcuno che, in tempo utile, avesse spiegato alle famiglie italiane come funziona il sistema svizzero. Un traduttore culturale che non c’era.

Post di Ivan Zazzaroni / Instagram — pubblicato con autorizzazione dell’autore

Il rimpallo e la frattura

Nel racconto di Guastella emerge un meccanismo che vale la pena nominare con precisione: il rimpallo. Due Paesi che si sentono colti in fallo dall’altro, e reagiscono irrigidendosi, alzando le barriere, smettendo di ascoltare. «La Svizzera è sempre apparsa agli italiani come un paese perfetto. Gli italiani hanno scoperto che quello che è successo a Crans-Montana in Italia probabilmente non sarebbe successo — o meglio, sarebbe pure potuto succedere. Ma una mancanza di controlli così assurda è inconcepibile per noi. Questo atteggiamento — come se gli italiani l’avessero colta in fallo — ha avuto come ritorno un indurimento e un irrigidimento ulteriore da parte svizzera. Ed è una sorta di rimpallo da una parte e dall’altra».

Bondolfi riconosce le critiche alla Svizzera come legittime — ma avverte contro il rischio opposto. «Penso che sia positivo che la Svizzera venga criticata. Solo così può migliorare».

Pogliani, dal suo osservatorio di avvocato che lavora tra i due sistemi, indica con chiarezza dove si è rotto il filo. «Il momento chiave è stato quello immediatamente successivo alla tragedia, quando le famiglie avevano bisogno di punti fermi e informazioni essenziali. In quella fase sarebbe servita una regia comunicativa più forte, capace di spiegare insieme i profili penali, sanitari e risarcitori. Invece si è parlato in modo frammentato, con tempi e linguaggi diversi. Ogni attore ha comunicato per conto proprio e questo ha creato confusione».

E Zazzaroni, non da giurista né da analista, ma da essere umano che ha guardato negli occhi i ragazzi feriti, offre forse la sintesi più onesta. «Posso solo augurarmi che sia una questione culturale, non di cinismo. Perché sarebbe allucinante sospettare del cinismo. Noi forse esageriamo dall’altra parte, ma non è questione di sentimenti — è questione di realtà, di percezione del dolore, di percezione della sofferenza».

Due culture giornalistiche a confronto

A fondo di tutto c’è una differenza di cultura giornalistica che vale la pena analizzare senza pregiudizi. Il giornalismo italiano — specie quello televisivo e di cronaca — è costruito sull’emozione come strumento di accesso alla verità. Il dolore delle vittime è parte della storia, non un dettaglio privato da proteggere. Il giornalista che va in ospedale, che porta una maglietta firmata, non sta violando un codice deontologico — sta facendo il suo lavoro nel modo in cui la sua cultura lo definisce.

Il giornalismo svizzero è costruito sulla distanza come garanzia di obiettività. Le vittime hanno diritto alla loro privacy anche nel momento del dolore pubblico. Il giornalista è un testimone, non un partecipante. La sua presenza deve essere neutra, la sua scrittura misurata.

Nessuno dei due modelli è sbagliato in assoluto. Ma quando si scontrano producono fratture che vanno ben oltre il giornalismo: alimentano incomprensioni diplomatiche, distorcono la percezione reciproca, impediscono la comunicazione proprio nel momento in cui sarebbe più necessaria.

Pogliani, che di questa distanza ha esperienza quotidiana, indica anche la via d’uscita. «Ai media direi di evitare sia la lettura puramente emotiva sia quella troppo tecnica. Serve equilibrio: raccontare i fatti con precisione, ma anche con sensibilità verso le famiglie. E alle istituzioni suggerirei di prevedere fin da subito referenti unici, messaggi plurilingue e strumenti pratici di orientamento per i familiari. Nei casi transfrontalieri, è fondamentale spiegare chiaramente chi fa cosa, chi paga cosa e in quali tempi».

Il confine che non esiste — e quello che non si vede

C’è un paradosso al centro di questa storia. Italia e Svizzera condividono un confine di centinaia di chilometri. Decine di migliaia di italiani vivono e lavorano in Svizzera. Altrettanti svizzeri vanno in vacanza in Italia ogni anno. Crans-Montana è, per molti italiani del nord, un luogo familiare, un posto considerato sicuro.

Eppure, nel momento di una tragedia comune, i due Paesi si sono scoperti stranieri l’uno all’altro. Non per mancanza di buona volontà, ma per mancanza di un linguaggio condiviso. Di un sistema di riferimento comune. Di qualcuno che sapesse — e avesse il potere — di fare da traduttore culturale in tempo reale.

Chi vive in questa zona di mezzo sa bene di cosa si parla. Gli italiani residenti in Svizzera hanno seguito questa storia con un senso crescente di disagio: capivano la reazione emotiva dei propri connazionali, conoscevano però anche il funzionamento del sistema svizzero, la logica delle sue procedure, il significato del suo silenzio istituzionale. Si sono trovati tra due fuochi — a dover spiegare agli amici svizzeri perché in Italia si usasse la parola “strage”, e ai familiari in Italia perché le autorità vallesane comunicassero in quel modo. Una posizione scomoda, quella di chi conosce entrambe le ragioni e non riesce a farle capire a nessuno dei due.

Höpli, nella sua analisi sulla NZZ, chiude con un avvertimento che vale per entrambi i Paesi: se non si impara a riconoscere questa differenza profonda — non per giudicarla, ma per comprenderla — la prossima crisi tra Italia e Svizzera produrrà lo stesso risultato. Non è pessimismo. È una constatazione che, per chi vive tra i due mondi ogni giorno, suona come un’ovvietà. E come un’urgenza.

Cosa rimane

A quattro mesi dall’incendio, i ragazzi feriti sono ancora negli ospedali. Alcuni sono tornati a casa, ma affronteranno anni di cure, di operazioni, di terapie. Kean Talingdan ha compiuto gli anni in ospedale. Francesca ha subito diversi interventi. Sofìa è tornata a casa, ma la strada sarà ancora lunga.

Le indagini della Procura del Vallese sono in corso. Un’altra procedura penale parallela è stata avviata. I Moretti sono stati scarcerati. Il dibattito sulle pene e sui risarcimenti è ancora aperto. In Svizzera sono in discussione possibili revisioni delle norme sulla sicurezza antincendio nei locali pubblici. L’Italia si è costituita parte civile.

Quello che rimane, oltre al dolore delle famiglie e alla lenta guarigione dei sopravvissuti, è una domanda che questa vicenda ha reso urgente: come fanno due Paesi così vicini a comunicare così male nel momento di una crisi comune?

La risposta non è semplice. Ma ha a che fare con qualcosa di più profondo delle procedure legali, dei codici deontologici, dei sistemi sanitari. Ha a che fare con il modo in cui ciascuna cultura definisce la verità, la giustizia, il dolore — e il ruolo del giornalismo nel raccontarli.

Finché questi due vocabolari non impareranno a tradursi, il confine tra Italia e Svizzera resterà — anche quando non si vede sulla cartina — molto più largo di quanto sembri.

Post di Ivan Zazzaroni / Instagram — pubblicato con autorizzazione dell’autore

Paola Proietti

Romana, classe ’77, giornalista professionista dal 2008, ha lavorato per radio, televisione, web e anche la vecchia carta stampata. Conduttrice, redattrice, speaker, ghost-writer, ha avuto esperienze anche come addetto stampa e organizzatrice di eventi. Dal 2014 è reporter freelance e videomaker. Adora il giornalismo d’inchiesta, tanto che nel 2005 ha vinto il premio ILARIA ALPI per aver portato alla luce un giro di doping in una società di ciclismo giovanile. Da sette anni vive in Svizzera, dove opera principalmente come giornalista e video maker per testate web. E’ mamma di due bambine e organizza eventi culturali con il Gruppo genitori Ginevra.

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