Il 2 giugno… non vi è nulla da festeggiare

Il 2 giugno… non vi è nulla da festeggiare

Giovanni Brusca, mafiosissimo assassino di magistrati e di bambini, è un uomo libero. A Stresa, una funivia malfunzionante da giorni cade con quattordici persone a bordo. A Prato, una ragazza è maciullata da un telaio senza protezione. A Palermo, due ragazzi omosessuali sono aggrediti per strada. Tutti fatti di cronaca che sono il riflesso di un solo grande cancro che uccide l’Italia da nord a sud: la mancanza assoluta di rispetto per il prossimo.

Cosa c’è da festeggiare il 2 giugno? La Repubblica? Forse. Ma di chi? L’Italia è fatta di mille campanili e altrettante tribù. Noi italiani proviamo a essere una comunità, ma non sempre ci riusciamo. Il senso di unità nazionale emerge a fatica, magari quando gioca la nazionale di calcio di cui siamo tutti allenatori.

La festa del 2 giugno per me non ha alcun valore se non quello di celebrare una bella costituzione di cui noi italiani non siamo neanche consapevoli. Che senso ha la parata dei mezzi militari quando la Repubblica in realtà ripudia la guerra? Si dice sempre che gli italiani siano delle grandi individualità. Andiamo bene presi uno alla volta. Come popolo siamo nati male. Forse perché l’Italia ha solo centosessant’anni e non abbiamo i sistemi paese di Francia e Inghilterra? Forse.

Adesso c’è Mario Draghi al comando e sono tutti pronti, in primis i giornali dell’establishment, a osannare il timoniere di turno di una nave alla deriva, poiché la ciurma è menefreghista. Sempre pronti a “essere forti con i deboli e deboli con i forti” (frase di Pietro Nenni riferendosi allo Stato italiano) e a “correre in soccorso del carro del vincitore”, quanta verità, caro Ennio Flaiano!

Purtroppo, abbiamo di fronte un dato inoppugnabile: la Repubblica italiana è ancora un paese corrotto. Alcuni numeri: ogni italiano paga una sovrattassa informale per corruzione pari a 1000 euro l’anno. Ci sono stime della Banca Mondiale che mettono questa corruzione a 60 miliardi all’anno. Sergio Romano, commentatore politico ed ex ambasciatore italiano, ha definito l’inchiesta “Mani Pulite” come una sorta di rivoluzione guidata “dall’alto” e guidata da un’élite di sostenitori della legalità. Tuttavia, “Mani Pulite” è attualmente vista come una rivoluzione fallita.

Secondo il Corruption Perception Index (CPI), pubblicato ogni anno da Transparency International, una ONG con sede a Berlino, il tasso di corruzione dell’Italia è tra i più alti dell’Europa occidentale. Al primo posto tra i paesi meno corrotti troviamo la Danimarca. Nella classifica corrispondente all’anno 2016, l’Italia occupa il 60° posto, davanti a Senegal (64°), Grecia (69°) e Brasile (79°).

D’altra parte, non c’è dubbio che in Italia la qualità delle opere pubbliche sia in genere molto bassa, e che queste opere siano anche molto più costose. Il rapporto 2014 della Commissione Europea sulla lotta alla corruzione in Italia sostiene che le linee dell’Alta Velocità costano in media 60 milioni di euro al chilometro, contro i 10 milioni di euro al km della linea Parigi-Lione, ovvero i 9 milioni di euro al km della linea Tokyo-Osaka. È vero che l’Italia ha molte montagne, ma ciò non giustifica ancora questi costi!

Questa non è solo una questione etica. È anche una banale questione economica, perché la soluzione adottata per salvare le impoverite casse dello Stivale è stata, tra l’altro, quella di attaccare le pensioni.

Michele Caracciolo

Giornalista professionista, bocconiano, ha lavorato nell’ufficio stampa di una multinazionale. Dal 2014 è partner dell’agenzia di relazioni pubbliche CRP specializzata in clienti industriali a Ginevra. Abita tra Ginevra e Milano e ha collaborato con la redazione milanese dell’AFP (Agence France Presse – Class Editori), con La Stampa e Il Giornale scrivendo di sport e di viaggi. E’ membro dell’Advisory Board della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera ed è docente a contratto di comunicazione d’impresa.

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