Iran, guerra totale: dal dominio cyber a Hormuz.
La ripresa delle operazioni interrotte l’estate scorsa dopo 12 giorni, ha visto la proiezione di potenza dei gruppi aero-navali d’attacco americani comandati dall’amm. B. Cooper, con il contestuale concorso della forza aerea israeliana.
Bombardieri B-2, caccia stealth, aerei da ricognizione sono stati impiegati per colpire non meno di 1.000 obiettivi durante il primo giorno, target che includevano forze aerospaziali e strutture del quartier generale della Guardia Rivoluzionaria, unità di superficie e battelli della marina, centri di comando, controllo e comunicazione più sistemi di difesa aerea.
Già l’1 mattina una corvetta iraniana classe Jamaran stava affondando nel porto di Chabahar. La panoplia dei velivoli da combattimento americani utilizzati nel primo giorno include caccia F-16, F/A-18, F-16, F-22 e F-35, più l’A-10 Warthog, un jet di supporto aereo ravvicinato da attacco al suolo1.
Prive di fondamento le affermazioni iraniane, da bias cognitivo, che volevano la USS Lincoln centrata da missili balistici.
CENTCOM ha utilizzato anche capacità speciali, ovviamente non incluse in elenco, così come fatto anche dal Comando Spaziale.
La reazione iraniana, malgrado le dichiarazioni rese durante una riunione del Consiglio di Sicurezza delle NU, non si è limitata agli asset militari statunitensi, attaccando gli aeroporti internazionali ed il territorio a Dubai, negli EAU, in Kuwait, Abu Dhabi, Iraq, Giordania, senza contare strutture alberghiere e residenziali in Bahrain e in Israele.
Questa la cronaca spicciola di un conflitto appena innescato. Passiamo a qualche elemento di carattere politico, l’altro vero vaso di Pandora.
L’Ayatollah Khamenei, pur quale figura meno carismatica tra tutte quelle sul proscenio, ha consolidato un’ideologia ed un sistema di governo clericale capaci di resistere per 47 anni. Con la successione a Khomeini, Khamenei ha dato forma ad uno stato antagonista degli USA, di Israele e delle monarchie del Golfo, che ora, quale nemesi storica, potrebbero partecipare per rappresaglia ai bombardamenti sul suolo iraniano.
Abile nell’usare il sistema sovietico del controllo di tutti i gangli del potere, Khamenei è stato però sempre attento ad evitare di far assurgere a ranghi elevati qualsiasi pericolosissimo Gorbaciov iraniano. Nell’ultimo anno il Rahbar ha dovuto affrontare le sfide mosse dalle campagne aeree israelo-statunitensi fino alle contestazioni del recente gennaio, cui ha risposto cercando di ristabilire la deterrenza con Tel Aviv, invece ancora più sollecitata a fronteggiare un rischio esistenziale, reprimendo nel sangue le rivolte interne e non potendo fare altro che subire il colpo di maglio della crisi economica.
Di fatto, morto Khamenei, Teheran oggi si trova di fronte al più impegnativo stress test dal 1979, preda di una volatilità senza precedenti e con un vuoto di potere da libro di storia cui, forse, potrebbe mettere mano Ali Ardashir Larijani attuale segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e, per nascita, principe laico dell’aristocrazia religiosa; non si tratterebbe di un semplice giro di valzer di poltrone quanto di un riallineamento strategico, passando dall’ortodossia del fronte della stabilità a un autoritarismo concreto e tecnocratico secondo paradigmi che nei salotti bene iraniani ricalcano modelli alla Deng Xiaoping, ovvero una brutale repressione interna congiunta ad un pragmatismo economico e diplomatico, non immune dagli studi dottorali sulla filosofia analitica Kant. Un’impostazione logico matematica che si riflette su uno stile politico votato a razionalità e ordine, ispirato alla formazione ricevuta presso l’IRGC ed alla creazione dell’asse di resistenza. Un razionalista, sì, ma non contrario per principio al compromesso; non un ideologo, ma un tecnico, che Khamenei è costretto a richiamare dopo i 12 giorni di fuoco israeliani.
Di fatto, Larijani sta già esautorando il troppo debole Pezeshkian. L’intelligence occidentale, a fronte della rigidità adottata per reprimere le proteste di massa, non esita a parlare di sistema Tienanmen. Il capolavoro di Larijani è l’Accordo Strategico di 25 anni con la Cina, non una semplice intesa commerciale, ma una scelta razionale per costruire uno Stato autoritario ad alta tecnologia.
Larijani potrà mediare?
Dipenderà dalle condizioni, visto che è un fautore della distensione senza amicizia. In questa fase Larijani sta praticando un nuclear hedging, usando il nucleare come deterrente tattico per guadagnare tempo. Le alternative sono poche, ammesso che Larijiani arrivi al punto: o un regime change, con un improbabile ritorno filo occidentale, oppure il caos totale.
Il breve lasso di tempo antecedente all’attacco ha contemplato sia il sequestro iraniano di due petroliere nei pressi dell’isola di Farsi per contrabbando di carburante, un messaggio strategico per Washington, un punto faglia geopolitico per l’area del Golfo, sia per il forse eccessivo traccheggio nelle trattative per il nucleare con gli USA che hanno indotto a pensare a manifesti tentativi di perdita/guadagno si tempo.
Intanto, come spesso già avvenuto, si attende il fattivo intervento sino-russo benchè, sia appena il caso di ricordare come, in un anno, dalla sponda BRICS si siano persi Siria, Venezuela e Iran, con l’Avana al collasso e con il Sudamerica tornato ad essere il cortile di casa nord americano, mentre l’Africa è un patchwork di golpe russi in paesi al collasso.
Il cambio di regime rimane comunque un’ipotesi difficile, vuoi per le dimensioni ed il radicamento del potere in Iran, sia per la storia dei rapporti americani nella regione, che sconsigliano, visto quanto accaduto a suo tempo tra Iraq e Afghanistan, un impiego terrestre, un qualcosa che fa pensare all’Iran come ad un immenso, potenziale IED.
Il Venezuela fa riflettere che poi non sia così scontato vedere al comando le opposizioni: a Caracas, la presidente in carica, Rodriguez, è l’ex vice di Maduro, non certo la Machado. Probabilmente l’obiettivo principe era quello di replicare la Libia di Gheddafi, dove caduto il capo è collassato il sistema, non tenendo però conto del fatto che in Iran il potere non è legato ad una singola persona.
In questo momento è scontato che, sopravvissuti permettendo, l’autorità passi ad un consiglio ad interim privo di vincoli di tempo e composto da presidente, capo del potere giudiziario e da un ecclesiastico nominato dal Consiglio del Discernimento. Il momento saliente potrebbe giungere dopo la scelta della nuova guida, capace di dimostrare la propria autorità in patria e all’estero.
Dal punto di vista tecnico, l’attuale campagna rappresenta il massimo dell’integrazione tra azione cinetica e dominio digitale, per cui la cyber dominance non è più solo un sabotaggio alla Stuxnet, ma una necessità operativa.
L’attacco è stato preceduto da misure elettroniche utili ad accecare la difesa aerea iraniana per la seconda volta in poco più di 6 mesi, con la neutralizzazione dei sistemi radar ed un blackout digitale (cyber kinetic fusion) capace di isolare i comandi militari locali dal centro. Il controllo cyber si è esteso anche ad operazioni di guerra psicologica con l’hackeraggio di app diffuse2 o con il defacement dei media di stato. Il controllo del dominio cyber ha poi permesso l’individuazione sigint – cybint e la geolocalizzazione in tempo reale della finestra di opportunità (vd. compound Khamenei) cui è certo che l’Iran reagirà tentando rappresaglie asimmetriche3. Di fatto, la guerra ombra digitale ha segnato il passaggio alla fase multi-dominio.
Tanto per rimanere sull’evergreen dell’arte della guerra, il conflitto, cominciato con le operazioni Epic Fury e Roaring Lion, ha mostrato come il potere marittimo e quello aereo siano ancora di fatto le fondamenta su cui poggiare l’intera strategia, dato che il loro bilanciamento sta definendo sia l’efficacia degli attacchi sia la gravità delle conseguenze economiche.
Il potere aereo ha permesso la fase di apertura ed il tentativo di regime change cui l’Iran ha tentato di reagire con sciami di droni e missili balistici a saturazione per colpire le basi avversarie nel Golfo, dimostrando che si tratta di un potere che non richiede ineluttabilmente la superiorità garantita da caccia di quinta generazione.
Il potere marittimo entra in gioco quale mezzo di interdizione economica e proiezione di forza a lungo raggio, con uso di navi tra Golfo Persico e Mar Arabico quali piattaforme di lancio missilistiche mobili e di difficile intercettazione. Teheran ha risposto chiudendo Hormuz con componenti asimmetriche (naviglio sottile e mine) e forzando lo shipping a sospendere le rotte nell’area causando il rialzo dei premi assicurativi. Mentre il potere aereo incide sugli eventi tattico-politici interni, il potere marittimo sta elevando lo status del conflitto da regionale a crisi sistemica globale.
Prime (ed incomplete) conclusioni: i sistemi d’arma non sono infallibili, prova ne sia che la contraerea iraniana, dopo i 12 giorni di guerra estiva, al di là dei proclami, poco ha potuto fare, fornendo così materiale di studio ai Paesi produttori; i boots on the ground non rientrano tra le fattibilità, stanti capacità residue e dimensioni di un Paese comunque segnato da rivolte e violentissime repressioni interne.
La guerra si fa ancora alla vecchia maniera: se ci si proclama egemoni d’area bisogna possedere i numeri per contare seriamente qualcosa, come se si intende difendersi bisogna detenere le idonee capacità reattive. La suddivisione delle forze iraniane, tra il tradizionale ma poco equipaggiato Artesh e le forze paramilitari dei pasdaran, indica l’impossibilità di distaccarsi da una concezione asimmetrica basata su droni e missili, posto che forze navali e forze aeree sembrano essere state ridotte all’impotenza, un’impostazione che si riflette anche sui proxy più immediati, da cui ci si attendono reazioni (vd. Houthi e Hezbollah) ma che a loro volta attendono supporti: l’asse sciita c’è, ma occorrerebbe ripristinare la supply chain da Teheran, posto che l’inflazione iraniana ha raggiunto livelli da Repubblica di Weimar.
Con chi trattare allora?
Una prima risposta può venire dalla conta dei sopravvissuti, forse più portati a negoziati che possano salvare il salvabile prima che le cinture di fuoco dal cielo riportino il Paese all’età della pietra.
L’impressione, tuttavia, a meno che un improbabilmente celere regime change compaia, è che tutto sia come non mai appeso a un filo, posto che, all’interno, circa 30.000 uccisi dal potere teocratico ancora stanno facendo udire la loro voce.
articolo a cura di Gino Lanzara per gentile concessione di www.difesaonline.it
1 A supporto aerei per la GE EA-18G, i P-8 da pattugliamento marittimo, RC-135 gli per intelligene, sorveglianza e riconoscimento, e i MQ-9 Reaper. Gli aerei di mobilità hanno incluso cisterne e mezzi da trasporto C-17 e C-130. Tra le munizioni e le difese utilizzate contro gli attacchi iraniani Patriot Interceptors, sistemi missilistici antibalistici THAAD e razzi d’artiglieria ad alta mobilità M-142. Da segnalare il debutto del drone d’attacco unidirezionale Lucas
2 BadeSaba, un’app di preghiera e calendario
3 Attacchi ad infrastrutture civili (sistemi di gestione del traffico aereo) e saturazione informativa (campagne disinformative)

