I numeri contano

I numeri contano

Sebbene siano passati quattro secoli dagli esperimenti di Galileo e oggi non esista virtualmente nessun aspetto della nostra vita che non dipenda in modo essenziale dalla scienza moderna, la comprensione della “lingua dei numeri”, la lingua in cui si esprime la Natura, è sorprendentemente limitata anche nelle società più avanzate del ricco (per ora) Occidente. C’è un’ignoranza diffusa dei fenomeni quantitativi. E non sto parlando di equazioni differenziali, ma delle quattro operazioni elementari e di concetti di base come media e percentuale.

Si potrebbe sostenere che non sia un problema grave: in fondo per fare i calcoli esistono gli specialisti e i computer. Purtroppo, la cosa non è così semplice. Senza una comprensione adeguata dei fenomeni quantitativi, l’opinione pubblica non ha gli strumenti per decodificare la complessità del mondo moderno, e agisce d’istinto. Questo si riflette nella selezione di leader altrettanto incapaci di comprendere i fondamentali della realtà, e dunque di governarla efficacemente.

La pandemia in corso ha mostrato i suoi limiti

Un semplice esempio che illustra la tecnica della rappresentazione multidimensionale per valutare gli impatti di una pandemia su 5 assi, che misurano aspetti relativi a sanità, economia (debito pubblico e diminuzione del PIL), istruzione e libertà personali. I diagrammi sono stati costruiti su dati reali, ma in questa sede hanno solo una valenza esemplificativa del tipo di approccio di sistema che manca completamente nel dibattito pubblico.

La pandemia in corso ha mostrato chiaramente tutti i nostri limiti. Sui media e sulla rete si trascinano infiniti dibattiti circolari, dove gli stessi argomenti si ripetono periodicamente e immutabilmente da oltre un anno. I confronti internazionali sono usati per sostenere o confutare qualunque tesi, ma senza alcun metodo.

L’esempio classico è il dibattito sulla Svezia, che ha assunto i contorni di una guerra di religione, dove però a nessuno viene in mente di verificare, per esempio, se effettivamente gli altri paesi scandinavi hanno imposto restrizioni più severe della Svezia, e di quanto (spoiler: lo stringency index elaborato dall’Università di Oxford indica nella Svezia il paese scandinavo che ha imposto mediamente più restrizioni).

L’incapacità di decodificare quantitativamente la realtà si riflette nel sorgere di mitologie variegate, e variamente sfruttate dai capipopolo di turno per giustificare gli scarsi risultati. Ad esempio, l’idea che ci troviamo di fronte a un evento mai visto prima, quando basterebbe confrontare i dati delle ultime epidemie del secolo per verificare che Covid 19, con i suoi 40 decessi per centomila abitanti del pianeta, non ha avuto per ora un impatto sostanzialmente diverso dell’asiatica del 1957 (circa 70 decessi) o dall’influenza di Hong Kong del 1968 (circa 30 decessi). Anche in questo caso, il confronto richiede lo sforzo di trovare i dati, effettuare una media fra le stime massima e minima, e dividere per la popolazione mondiale dell’epoca.

Un altro aspetto sorprendente è l’incapacità di visione d’insieme, o di sistema, che dovrebbe caratterizzare la politica nel senso più alto del termine, ma che deve essere parimenti diffusa nella società che esprime la classe politica. Per governare efficacemente una pandemia occorre considerare tutte le dimensioni del problema, non solo gli impatti sanitari diretti e indiretti, ma anche gli impatti sull’economia, sull’educazione, sui diritti dei cittadini e sulla coesione sociale.

Eppure, a oltre un anno dalla comunicazione delle autorità cinesi all’organizzazione mondiale della sanità il 31 dicembre 2019, mentre siamo inondati quotidianamente dai dati sui contagi, la maggior parte dei quali inutili fluttuazioni statistiche, l’opinione pubblica non ha ancora la minima idea delle dimensioni degli altri impatti, e non riesce a metterli in relazione fra loro.

Temo che, salendo nelle alte sfere della politica, la situazione non sia molto diversa, ma è una supposizione basata su indizi concordanti. La prova non c’è, per il semplice motivo che i modelli e i calcoli, se ci sono, alla base delle decisioni del governo italiano sono secretati. Si ritiene probabilmente che potrebbero generare il panico nella massa, incapace di interpretare i dati. E forse hanno anche ragione, ma questo non avverrebbe in una società matura, con una diffusa alfabetizzazione matematica e scientifica.

Diego Ragazzi

Diego Ragazzi si laurea in ingegneria elettronica con indirizzo matematico-fisico al Politecnico di Milano e dal 1996 lavora nel campo delle nuove tecnologie digitali, in particolare applicate al mondo dell’energia e della sostenibilità. Ama viaggiare e ha abitato in Francia e negli Stati Uniti. Dal 2014 è socio co-fondatore di un’azienda vinicola artigianale.

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