Luciana Vaccaro: «L’intelligenza artificiale non è un oracolo»

Luciana Vaccaro: «L’intelligenza artificiale non è un oracolo»

La professoressa Luciana Vaccaro, napoletana DOC classe 1969, è arrivata in Svizzera trent’anni fa grazie a una borsa di studio del CERN. Fisica ottica di formazione, da tredici anni è alla testa della più grande scuola universitaria professionale della Svizzera

Professoressa Vaccaro, lei è una delle donne ai vertici del mondo accademico svizzero. Quanto è cambiata negli ultimi dieci o quindici anni la presenza femminile nelle posizioni di leadership universitaria e quali ostacoli, visibili o meno, rimangono ancora da superare?

È cambiata molto. All’inizio degli anni Duemila, solo il 5% delle donne che insegnavano all’università erano professoresse ordinarie. Quando lavoravo all’EPFL, l’allora presidente mi chiedeva di aiutare le giovani assistant professors ad avanzare nella loro carriera. Oggi circa il 30% del corpo professorale — considerando professoresse assistenti, associate e ordinarie — è costituito da donne. Negli ultimi dieci-quindici anni è stata attuata una politica molto chiara in questo senso, anche se, nelle discipline tecniche, le donne continuano a essere sottorappresentate nelle posizioni più elevate.

L’EPFL, ad esempio, ha adottato una politica molto incisiva di reclutamento femminile e dal 2025 è guidata per la prima volta da una donna [la professoressa Anna Fontcuberta i Morral, ordinaria di Scienza e ingegneria dei materiali n.d.r.]. E lei è proprio una di quelle giovani assistant professors alle quali accennavo prima e che, all’epoca, ero stata incaricata di aiutare nel loro percorso accademico.

Quando iniziai il mio primo mandato di rettrice, nel 2013, ero l’unica donna alla guida di una Scuola universitaria professionale svizzera (SUP), mentre, tra le università della Svizzera romanda, vi era la rettrice dell’Università di Neuchâtel, la biologa Martine Rahier [prima donna a dirigere un’università nella Svizzera romanda, n.d.r.]. Oggi, nella Camera delle scuole universitarie professionali siamo tre donne su nove membri, mentre nella Camera delle università cantonali sono addirittura cinque su dieci.

Devo ammettere che non sono favorevole alle cosiddette “quote rosa”; sono invece convinta della necessità di una politica di reclutamento delle donne chiara ed efficace. Per un certo periodo, il mio rettorato era composto, oltre che da me come rettrice, da due vicerettrici, un vicerettore e una segretaria generale: quattro donne su cinque membri. Era probabilmente uno dei rettorati con la maggiore presenza femminile in Svizzera, se non in Europa.

Per quanto riguarda gli ostacoli, alcuni rimangono gli stessi. La mia è stata la prima generazione di donne rettrici e, di conseguenza, non avevamo molti modelli femminili di riferimento. Poi c’è la maternità, che ha tempi biologici che non possono essere rinviati indefinitamente, e più in generale c’è la questione della famiglia. Tuttavia, quando mi chiedono come abbia fatto a conciliare carriera e famiglia — ho due figlie — rispondo sempre: “Ho anche un marito”. Le responsabilità si dividono. La loro condivisione all’interno della coppia è fondamentale.

Un altro ostacolo è rappresentato dalla mobilità accademica. Per la generazione degli anni Sessanta e Settanta era normalmente la donna a seguire il marito. Ma la carriera accademica richiede una grande mobilità. Oggi ci confrontiamo invece sempre più spesso con le doppie carriere, il cosiddetto two-body problem, per usare un’espressione presa in prestito dalla fisica. Ho avuto la fortuna di avere un marito che, nei momenti decisivi, mi ha sempre detto: “Devi fare ciò che è importante per te”. Inoltre, la Svizzera mi ha offerto molte opportunità per fare il lavoro che svolgo oggi. Io, del resto, preferisco chiamarlo “lavoro”, non “carriera”.

Rimane infine la questione delle reti professionali, che sono diverse dalle “quote rosa”, attraverso le quali avvengono alcune cooptazioni, per esempio nei consigli di amministrazione (CdA). E quando si cercano davvero delle donne competenti, le candidate qualificate si trovano. Anche nei CdA si possono ottenere risultati concreti. A mio avviso, quindi, non è soltanto una questione di quote, ma soprattutto di volontà, di reclutamento e di accesso alle reti decisionali.

L’intelligenza artificiale generativa sta entrando rapidamente nelle aule universitarie. La considera soprattutto uno strumento destinato a migliorare l’insegnamento e l’apprendimento oppure una sfida al modo stesso in cui valutiamo conoscenze, competenze e merito degli studenti?

Innanzitutto, bisogna chiarire due cose. L’intelligenza artificiale non è un oracolo. Nell’antichità, di fronte all’ignoto, si chiedevano lumi all’oracolo. Ulisse interrogava l’oracolo per sapere come affrontare il mare in tempesta; oggi, invece, abbiamo i meteorologi. L’IA, dal canto suo, si basa su un’enorme quantità di dati e informazioni che riflettono la conoscenza prodotta dall’uomo.

Gli studenti devono certamente imparare a utilizzarla, e a utilizzarla in modo efficiente e consapevole, ma il loro giudizio rimane e rimarrà fondamentale. Pensiamo alla medicina: se un esame diagnostico individua una macchia, l’IA può aiutare il medico a interpretarla e a capire di che cosa si tratti, ma sarà comunque il giudizio del medico a stabilire come intervenire e quale trattamento adottare.

Quello che trovo difficile, oggi, è spiegare a un ragazzo di vent’anni: “Gli integrali devi comunque saperli fare, perché ti servono per poter fare altre cose”. Dobbiamo quindi introdurre dei garde-fous, delle garanzie che permettano di verificare che le competenze fondamentali siano state effettivamente acquisite. La valutazione orale delle competenze tecniche, per esempio, dovrà probabilmente assumere un’importanza maggiore.

L’IA deve essere utilizzata in modo intelligente. La questione fondamentale rimane la capacità di comprendere, valutare criticamente e verificare ciò che l’IA generativa ci restituisce o elabora sulla base delle nostre richieste. In altre parole, non basta saper formulare una domanda: bisogna anche possedere le conoscenze necessarie per giudicare la qualità della risposta.

Con strumenti come ChatGPT, alcune conoscenze possono essere ottenute in pochi secondi. Che cosa dovrà insegnare l’università di domani che l’intelligenza artificiale non può offrire? E quali competenze diventeranno realmente decisive per i giovani che entreranno nel mercato del lavoro tra cinque o dieci anni?

Credo che le competenze di base rimangano fondamentali: gli studenti devono saper leggere, scrivere e fare di conto. La literacy è essenziale. Il fatto di avere accesso a una grande quantità di informazioni non significa necessariamente essere in grado di decodificarle e comprenderle. Gli studenti devono certamente saper utilizzare i nuovi strumenti, ma devono anche capire come funzionano e, soprattutto, essere capaci di valutarne criticamente i risultati.

Le faccio un esempio curioso. Alcuni studenti della HES-SO, dopo essere stati bocciati, hanno presentato dei ricorsi che avevano fatto preparare dall’intelligenza artificiale, anziché rivolgersi a un avvocato. Il problema è che quei ricorsi citavano persino articoli di legge inesistenti. È un esempio molto concreto dei limiti di un uso acritico dell’IA.

La professionalità, dunque, non verrà sostituita. Bisogna piuttosto capire come utilizzare correttamente questi nuovi strumenti. Del resto, il fatto di avere un’enciclopedia in casa non sostituisce il medico. Allo stesso modo, disporre di uno strumento capace di fornire rapidamente una grande quantità di informazioni non significa possedere le competenze professionali necessarie per interpretarle e utilizzarle.

La nostra capacità di verifica, di controllo e di giudizio critico non è stata sostituita — almeno per il momento. Ed è proprio questa capacità che dobbiamo continuare a sviluppare negli studenti.

Il sistema svizzero distingue nettamente tra università cantonali e politecnici federali, da una parte, e scuole universitarie professionali come la HES-SO, dall’altra. Al di là delle definizioni istituzionali, qual è oggi la vera specificità delle HES e quale valore aggiunto offrono agli studenti, alle imprese e all’economia svizzera?

Ciò che caratterizza soprattutto le HES sono il loro pubblico e i loro docenti. I nostri studenti provengono in larga parte da percorsi di maturità professionale e da formazioni tecniche — per fare un paragone con l’Italia, da istituti come gli ITIS — e non necessariamente da un percorso liceale. In Italia, invece, si può accedere all’università con qualsiasi diploma di scuola secondaria superiore. In Svizzera abbiamo le Scuole universitarie professionali (SUP), che consentono agli studenti con un profilo più specificamente tecnico o professionale di seguire un percorso universitario nel quale teoria e pratica sono strettamente integrate.

Chi arriva da noi possiede quindi già una formazione e un’esperienza orientata verso una determinata professione. Lo stesso principio vale per i docenti, ai quali è richiesta un’esperienza significativa nel mondo professionale. Noi offriamo una formazione di livello accademico, con una componente teorica e riflessiva, ma sempre abbinata alla pratica professionale.

Alla HES-SO, per esempio, formiamo tutte le professioni sanitarie della Svizzera romanda. Durante il bachelor, gli studenti svolgono tirocini professionali in strutture come ospedali, cliniche, aziende o altre istituzioni del loro settore. La dimensione applicata è quindi parte integrante del percorso formativo.

Questa è una differenza fondamentale rispetto alle università cantonali: al termine del bachelor, molti dei nostri studenti possiedono già una qualifica che consente loro di esercitare una professione. In diversi percorsi universitari tradizionali, invece, per raggiungere un livello di specializzazione professionale comparabile è spesso necessario proseguire gli studi con un master.

La Svizzera deve contemporaneamente formare professionisti altamente qualificati, rimanere competitiva nella ricerca internazionale e rispondere ai bisogni concreti dell’economia. In questo contesto, come immagina la HES-SO fra dieci anni e quale ruolo dovrebbe avere nella Svizzera romanda e, più in generale, nel sistema accademico europeo?

Dipenderà molto dalle prossime scadenze politiche e parlamentari. La questione europea mi sta particolarmente a cuore e mi preoccupa. Ho già vissuto due crisi nei rapporti con l’Europa e spero di non doverne vivere una terza — o, se accadrà, di essere già in pensione [il riferimento è al futuro degli accordi tra la Svizzera e l’UE, n.d.r.].

La Svizzera si trova al centro dell’Europa geografica e deve tenerne conto: è una realtà che non cambierà. Siamo profondamente integrati in Europa e condividiamo con gli altri Paesi europei molte delle stesse sfide, a cominciare dalla denatalità e dalle questioni migratorie. Il sistema accademico svizzero, inoltre, trae enormi benefici dalla sua integrazione nello spazio europeo della formazione e della ricerca.

Talvolta si sente dire che la Svizzera è un Paese ricco e che, proprio per questo, non avrebbe bisogno dell’Unione europea. Ma il nostro sistema universitario aderisce al Processo di Bologna e dobbiamo continuare a far parte di questo spazio accademico comune e a rispettarne gli standard.

Vorrei tornare anche sulla questione della denatalità, perché è un problema che riguarda direttamente la Svizzera. Dobbiamo cominciare a riflettere sulle sue conseguenze per il nostro sistema universitario. Se vogliamo evitare che, nel lungo periodo, le nostre università si svuotino, dovremo trovare delle risposte adeguate, anche sul piano legislativo e della politica migratoria. La Svizzera, a mio avviso, non deve chiudersi, ma continuare ad aprirsi e ad attrarre talenti.

Il mio auspicio è quindi che la HES-SO rimanga un’istituzione aperta, internazionale e fortemente connessa con l’Europa e, in particolare, con l’UE, che rappresenta per noi il partner economico e scientifico naturale.

Oreste Foppiani

Oreste Foppiani è Visiting Professor presso il Dipartimento di Scienza Politica e Relazioni Internazionali della Lviv Polytechnic National University. Ha insegnato o diretto progetti di ricerca in diversi atenei tra Ginevra, Milano, Firenze, Tokyo, Washington e New York. Membro dell'Association Genevoise des Journalistes (RP Impressum) e dell'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia-Romagna (2004-2018), è stato corrispondente permanente di Libertà presso l'ONU di Ginevra dal 2008 al 2016.

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