Browder: l’uomo che ebbe il coraggio di sfidare Putin
Cercavo di capire il rapporto politico tra Putin e Trump, e sono finita altrove. O meglio: sono finita esattamente dentro quel rapporto, ma da una porta che non conoscevo — la storia di un finanziere che il Cremlino chiede da anni di avere in consegna, e che nel 2018, a Helsinki, Putin provò a farsi consegnare da Trump in persona.
È una vicenda che sembra uscita da un libro di Le Carré: un miliardo di dollari, un uomo morto in cella, una legge che ha cambiato il modo in cui l’Occidente colpisce i patrimoni sporchi. Ma non è finzione, ed è documentata da inchieste giudiziarie e parlamentari su due continenti. Mi ha chiarito più cose di molte analisi: perché sia cominciata la guerra in Ucraina, e cosa aspettarsi da Putin domani.
La racconto come l’ho ricostruita leggendo Red Notice di Bill Browder e ascoltando le interviste che ha rilasciato in questi anni. Le conclusioni sono le sue, e non sono le uniche possibili. I fatti, quelli, restano.
L’eredità di famiglia
Questa è la storia di Sir Bill Browder, nato americano, oggi sessantaduenne e cittadino britannico, fondatore e amministratore delegato di Hermitage Capital Management. Nel 2024 Carlo III lo ha nominato Cavaliere Commendatore dell’Ordine di San Michele e San Giorgio per il suo lavoro sui diritti umani e contro la corruzione.
Suo nonno, Earl Browder, era un sindacalista di Wichita, in Kansas, ed era così bravo nel suo lavoro che fu invitato a Mosca per studiare da vicino il sistema sovietico. Una volta là s’innamora di una russa e mette su famiglia. Rientrato negli Stati Uniti, dal 1930 è segretario generale del Partito Comunista americano. Si candida due volte alla presidenza contro Roosevelt, nel 1936 e nel 1940, e due volte raccoglie una manciata di voti. Poi, nel 1940, un tribunale federale lo condanna a quattro anni per uso illecito di passaporto. Entra nel penitenziario di Atlanta, e dopo quattordici mesi è Roosevelt a commutargli la pena: siamo nel 1942, l’Unione Sovietica è alleata e Browder serve più fuori che dentro.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, quando la collaborazione tra Mosca e Washington viene meno, Earl Browder è rimosso e poi espulso dal partito che aveva guidato; nei paesi dell’Europa dell’Est si arriva a perseguitare e uccidere i sostenitori della corrente che aveva preso il suo nome, il “browderismo”. Con l’inizio degli anni Cinquanta e dell’era McCarthy, Earl viene pesantemente perseguitato nonostante non fosse più attivo politicamente.
Questa è l’eredità che Bill Browder si trova addosso alla nascita. Cresce a Chicago in una famiglia di matematici — il padre Felix è un matematico di primo piano, noto per il lavoro in analisi funzionale non lineare e insignito della National Medal of Science nel 1999 — e sceglie la strada opposta: si laurea in economia all’Università di Chicago nel 1985, poi l’MBA a Stanford nel 1989. L’anno della caduta del Muro di Berlino.
Murmansk, 1992: l’anomalia
Comincia a lavorare da Londra alla Boston Consulting Group e nel 1992 approda alla filiale londinese di Salomon Brothers, dove è responsabile degli investimenti in Russia: un incarico che nessuno voleva, in un dipartimento che ancora non esisteva.
Il primo dossier è la privatizzazione della Murmansk Trawler Fleet, la compagnia di pesca statale del grande porto artico, trecento chilometri oltre il Circolo Polare. Il management ha ingaggiato Salomon Brothers per farsi consigliare sull’acquisto del 51% che il governo offre ai dirigenti nell’ambito del programma di privatizzazione. Browder prende l’aereo e va a vedere: ogni peschereccio è lungo centoventi metri, cinque ponti, reti in alto e linee di inscatolamento in basso. Non un peschereccio, una fabbrica galleggiante.
Poi fa i conti. Venti milioni di dollari l’uno, nuovi di cantiere, e la flotta conta un centinaio di navi: due miliardi di dollari di naviglio, che con sette anni di età media e mezzo ammortamento valgono all’incirca un miliardo al prezzo di mercato. Lo Stato russo ne offre il 51% per due milioni e mezzo di dollari. Non serve un master per capire che non è un affare: è un’anomalia. Browder, ventotto anni, si chiede se sia un caso isolato o se ce ne siano altre uguali. Ed è lì, sul molo, che capisce di essere dalla parte sbagliata del tavolo: non deve consigliare chi compra, deve comprare lui.
Vola da Murmansk a Mosca e si guarda in giro per una settimana. Si rende conto che l’intera nazione si trova nell’identica situazione. Stavano regalando il paese attraverso il cosiddetto programma di privatizzazione di massa. Boris Eltsin, allora presidente, voleva passare dal comunismo al capitalismo e pensava di creare un popolo di capitalisti distribuendo la proprietà. Non andò così: ventidue oligarchi finirono per accaparrarsi il 40% del paese. Nel racconto si coglie lo scarto: Browder si trova in un paese dove generazioni di regime avevano estirpato iniziativa, idealismo e senso del bene comune, e lui ha la formazione mentale opposta, quella americana dell’ottimismo e del si-può-fare.
Hermitage: il 35% in un mese, poi il default
Dentro quell’anarchia iniziale si nascondeva la più grande opportunità di investimento del decennio. Nel 1996 Browder lascia Salomon Brothers e fonda l’Hermitage Fund, con venticinque milioni di dollari di capitale iniziale messi dal banchiere Edmond Safra. Investe in grandi società russe poco conosciute e sottovalutate: il vantaggio è la ricerca fatta sul posto, mentre gli investitori di Wall Street dipendono dai broker moscoviti.
Il primo mese il fondo guadagna il 35%. Non in un anno: in un mese. Diciassette mesi dopo è oltre l’800%. Il 1997 lo chiude con un rendimento del 228%, miglior fondo al mondo di qualsiasi categoria, e le masse in gestione passano da zero a oltre un miliardo di dollari. Per l’epoca, cifre da capogiro. Poi svanisce tutto.
Nell’agosto del 1998 il governo russo svaluta il rublo e va in default sui propri titoli di Stato.
«Il mio portafoglio crollò da un miliardo a 100 milioni di dollari. Persi 900 milioni di dollari, soldi dei miei clienti. Mi sentivo profondamente umiliato. Nella vergogna ero determinato a risalire la china e recuperare per i miei clienti i loro soldi. Sulla carta, non avrebbe dovuto essere un’impresa difficile. Possedevo compagnie petrolifere che vendevano il petrolio in dollari e pagavano i loro costi operativi in rubli. Il rublo era appena crollato del 75%, di conseguenza, se i tuoi ricavi rimangono stabili o crescono e i tuoi costi scendono del 75%, significa che i tuoi profitti in teoria dovrebbero esplodere».
La realtà era che quelle società erano tutte a maggioranza in mano agli oligarchi russi. Prima del crollo, racconta Browder, quegli uomini erano convinti di poter attingere senza limiti ai capitali di Wall Street: a Mosca era un viavai di banchieri in abiti eleganti che ripetevano la stessa promessa — comportatevi bene e i soldi arriveranno. Poi arriva il default e la svalutazione. Gli oligarchi alzano la cornetta per dire che di quei soldi c’era bisogno subito, ma dall’altra parte si sentono rispondere «Chi?», poi il clic. Nessuno voleva più essere associato alla Russia: per i mercati internazionali erano diventati scorie tossiche.
A quel punto il ragionamento degli oligarchi diventa elementare, racconta sempre Browder: se da Wall Street non arriva più niente, che ragione c’è di comportarsi bene? E siccome in Russia una vera sanzione, per chi sgarra, non è mai esistita, il criterio diventa uno solo: prendere tutto quello che non è inchiodato al pavimento, e poi anche il pavimento.
È l’inizio di un saccheggio senza precedenti: spoliazione degli attivi, transfer pricing, appropriazioni indebite, diluizioni azionarie. Tutto su scala industriale. Browder siede sulle macerie del suo fondo con dieci centesimi per ogni dollaro investito, cerca il modo di riportarli a cento, e intanto gli oligarchi provano a portargli via anche quelli.
Seguire i soldi
Browder decide di fermare il saccheggio: non come strategia d’investimento, precisa lui, ma per sopravvivenza. Resta il problema di come. A Stanford non insegnavano come impedire a una società di derubare i propri azionisti, e in Russia nessuna istituzione avrebbe mosso un dito per un socio di minoranza, per giunta straniero. Alla polizia non si può denunciare che alla Gazprom stanno rubando; in tribunale nemmeno, perché i giudici sono comprati, i parlamentari sono già sul libro paga e i regolatori sono assenti. Gli rimangono due categorie di persone sulle quali contare: una squadra di analisti russi in grado di ricostruire il percorso dei soldi rubati, e i corrispondenti della stampa estera, frequentatori dei suoi stessi bar e ristoranti.
La controffensiva è una sola: ricostruire chi ruba, come, e dove finiscono i soldi. I ladri sono così sfacciati da non coprire le tracce, e in Russia la protezione dei dati non esiste — qualsiasi documento ha un prezzo. La squadra raccoglie le prove, Browder le passa ai corrispondenti che incontra la sera. Sono inchieste servite pronte, mesi di lavoro risparmiati, e finiscono sulle prime pagine dei giornali internazionali, una truffa dopo l’altra.
Non c’era un disegno dietro, ma il momento coincide con l’ascesa al potere di Vladimir Putin. È lo stesso uomo di oggi, con vincoli del tutto diversi. Gli oligarchi sono più forti di lui, e il suo unico obiettivo è togliere loro il potere. Browder non lo ha mai incontrato, né allora né dopo. Lui smaschera gli oligarchi che gli rubano i soldi; Putin li detesta perché gli rubano il potere. E interviene.
Il sistema che ne nasce è questo: Browder e la sua squadra espongono la corruzione nel management di Gazprom, di cui lo Stato detiene il 51%; i dirigenti vengono rimossi e il titolo sale. Poi tocca a Sberbank, poi a Surgutneftegaz. Ogni volta che il Cremlino entra nella partita, le azioni salgono. Per qualche anno Browder pensa di aver trovato la formula perfetta: fa soldi, migliora il paese, e crede che il presidente sia dalla sua parte.
Il “cinquanta per cento”
L’equivoco è tutto lì. Putin non stava ripulendo le società russe, stava vincendo una guerra contro gli oligarchi. E la vince nell’ottobre del 2003, quando fa arrestare il più ricco di tutti, Mikhail Khodorkovsky, prelevato dal suo jet privato in Siberia e riportato a Mosca. Lo mettono in gabbia in aula, davanti alle telecamere: in Russia il tasso di condanna nei processi penali sfiora il cento per cento, e la gabbia è semplicemente il posto dove starà comunque. Nel 2005 arriva la condanna: nove anni.
Gli altri oligarchi capiscono. Uno dopo l’altro vanno da Putin a chiedere cosa serva perché a loro non accada lo stesso. La risposta, nel racconto di Browder, è di due parole: cinquanta per cento. Non per lo Stato russo, non per l’amministrazione presidenziale. Per Vladimir Putin.
Su questo punto conviene essere espliciti. L’accordo non è documentato. Davanti alla Commissione Giustizia del Senato americano Browder lo formulò con prudenza, e la stampa finanziaria lo riporta per quello che è: ciò che si diceva negli ambienti d’affari di Mosca.
È qui, secondo questa lettura, il momento in cui Putin diventa l’uomo più ricco del mondo. Ed è il momento in cui la vita di Browder cambia per sempre. Vista oggi, la scelta di un ragazzo di Chicago di mettersi a smascherare un gruppo ristretto di oligarchi russi ha dell’assurdo. Lo ammette lui stesso: dice di aver disattivato i sensori del rischio, perché con un calcolo lucido di rischi e rendimenti quel mestiere non lo si fa. Prosegue nel denunciare illeciti, solo che gli illeciti che sta denunciando adesso non sono più quelli dei nemici di Putin: sono il suo cinquanta per cento. E lui non ha la percezione esatta di quello che sta facendo.
Espulso
Se fosse stato russo l’avrebbero ucciso. Ma è straniero, e non uno qualunque: è il maggiore investitore estero del paese, con quattro miliardi e mezzo di dollari in gestione al culmine. Putin, in quegli anni, si muove ancora con cautela sullo scacchiere internazionale. Ucciderlo è un rischio che non vuole correre.
Novembre 2005, Browder rientra a Mosca dopo un fine settimana a Londra. Mentre aspetta il controllo del passaporto nella sala VIP di Sheremetyevo, quattro guardie di frontiera armate irrompono, lo prendono e lo portano nel centro di detenzione dell’aeroporto. Ci passa la notte senza sapere cosa succederà. Le opzioni sono due: la Siberia come Khodorkovsky, o l’espulsione. Nel silenzio di quella cella si fa molte domande sulle proprie scelte, su come sia finito lì, sul fatto che forse avrebbe dovuto essere più prudente.
La mattina lo scortano su un volo Aeroflot. A Londra lo aspetta una lettera del ministero degli Esteri russo: espulso in quanto minaccia per la sicurezza nazionale. È vivo, non è in una prigione russa, ma quando i russi decidono di accanirsi su qualcuno non si fermano lì, ed è l’esperienza a ricordarglielo. Non è la fine, è un inizio pericoloso. Fa evacuare i collaboratori e le loro famiglie. Poi, silenziosamente e con accortezza, vende ogni singola azione detenuta in Russia, porta fuori i soldi, apre un nuovo fondo e continua a investire altrove.
La frode dei 230 milioni
Il 4 giugno 2007, mentre è a una riunione di lavoro a Parigi, lo chiama da Mosca l’ultima persona rimasta: una segretaria nell’ufficio ormai vuoto, che spaventata gli dice che venticinque poliziotti stanno sfondando la porta. Browder chiama il suo avvocato americano a Mosca e si sente rispondere la stessa identica cosa dal suo studio. Cinquanta agenti, due perquisizioni simultanee, un solo obiettivo: gli atti costitutivi delle holding d’investimento, i timbri, i sigilli, i certificati. Li trovano nello studio legale e se li portano via.
Poco dopo, Browder scopre di non possedere più le sue società. Sono state reintestate a un uomo condannato per omicidio colposo e uscito di prigione in anticipo, presumibilmente per mettere la firma su quelle carte. Le società sono gusci vuoti — i soldi sono già offshore — e questo lo tranquillizza sul denaro. Non sul resto: se la polizia lavora con gli assassini, il problema non è finito. Bisogna capire cosa sta succedendo, e fermarlo.
Browder si rivolge a Firestone Duncan, studio legale americano con sede a Mosca, e affida l’incarico a un fiscalista impareggiabile: Sergei Magnitsky. Deve capire chi c’è dietro e come fermarlo. Magnitsky ricostruisce tutto, e quello che trova è peggio di quanto immaginassero.
Liquidando le posizioni russe, Hermitage aveva realizzato un miliardo di dollari di plusvalenze. Su quel miliardo aveva versato regolarmente 230 milioni di dollari di imposte al governo russo. Il gruppo che si è impossessato delle società usando i documenti sequestrati dalla polizia si presenta alle autorità fiscali e sostiene che nelle dichiarazioni dell’anno precedente c’era un errore: quelle società non avevano guadagnato un miliardo, avevano guadagnato zero. Di conseguenza i 230 milioni erano stati pagati per sbaglio, e ne chiedono la restituzione.
Le istanze vengono depositate la vigilia di Natale del 2007 e approvate immediatamente da due funzionarie di altrettanti uffici fiscali moscoviti, Olga Stepanova ed Elena Khimina. Cinque miliardi e quattrocento milioni di rubli, pari a 230 milioni di dollari: il più grande rimborso fiscale della storia russa, erogato in ventiquattr’ore sulla base di una frode. Il denaro viene bonificato alla Universal Savings Bank, un istituto poco noto che viene liquidato subito dopo il trasferimento. Nei mesi successivi il marito di Stepanova incassa 10,9 milioni di dollari attraverso una società di comodo cipriota; al fisco la famiglia dichiarava redditi nell’ordine dei 38 mila dollari l’anno.
Browder e Magnitsky ne concludono che si tratti di un’operazione clandestina, non autorizzata. Putin è un patriota, un nazionalista, e quelli non erano nemmeno soldi di Hermitage: erano soldi dello Stato russo, rubati allo Stato russo. Portata ai vertici, la faccenda si sarebbe risolta. I buoni avrebbero preso i cattivi.
Vengono così presentati esposti penali ai capi di tutte le forze dell’ordine. Browder va in televisione, alla radio, sui giornali, e spiega la truffa per intero. Magnitsky si presenta al Comitato Investigativo — l’equivalente russo dell’FBI — e testimonia contro i poliziotti coinvolti. Poi aspettano che i buoni prendano i cattivi.
Sergei Magnitsky
Nella Russia di Putin non ci sono i buoni. Nel novembre 2008 il ministero dell’Interno affida l’indagine sulla frode Hermitage ad Artem Kuznetsov, che Magnitsky aveva indicato tra i responsabili. Il 24 novembre la squadra di Kuznetsov si presenta a casa di Magnitsky e lo arresta davanti alla moglie e ai due figli.
Custodia cautelare, e da lì la morsa. Celle con quattordici detenuti e otto letti. Luci accese ventiquattr’ore su ventiquattro per impedirgli di dormire. Celle senza riscaldamento e senza vetri alle finestre, a dicembre, a Mosca. Trasferimenti da un braccio all’altro nel cuore della notte. Un buco nel pavimento al posto del gabinetto, da cui risaliva la fogna. Quello che gli chiedono è ritrattare la testimonianza e firmare una confessione: dire di aver rubato lui i 230 milioni, e di averlo fatto su istruzioni di Browder. Un uomo in giacca blu e cravatta rossa, che lavora in uno studio americano: pensano che ceda in una settimana. Per lui giurare il falso è peggio di qualunque cosa gli stiano facendo. Non firma. La pressione aumenta, finché non cominciano i dolori allo stomaco.
Il 16 novembre 2009 le condizioni di Magnitsky diventano critiche. Quella notte le autorità di Butyrka decidono di non assumersene più la responsabilità: lo caricano su un’ambulanza e lo trasferiscono dall’altra parte della città, in un carcere dotato di ala medica. Arrivato lì non lo portano al pronto soccorso. Lo mettono in una cella di isolamento, lo incatenano a un letto, e otto guardie in tenuta antisommossa lo picchiano con manganelli di gomma. Qualcuno chiama un’ambulanza, ma il team medico resta bloccato fuori dalla porta della cella per un’ora e diciotto minuti. Quando finalmente li fanno entrare, Magnitsky è morto. Aveva 37 anni. Lascia una moglie e due figli.
Browder lo sa la mattina dopo. Aveva messo in conto una lunga condanna su accuse inventate; che lo uccidessero, no. È sconvolto, e quando si riprende decide di mettere da parte la vita da uomo d’affari e di dedicare tutto il suo tempo, le energie e le risorse a perseguire i responsabili di quell’omicidio. È esattamente quello che fa da allora.
Durante i 358 giorni di detenzione Magnitsky aveva scritto 450 esposti, documentando ogni aspetto delle torture subite per costringerlo a cambiare testimonianza. Fino all’ultimo aveva creduto che il diritto lo avrebbe protetto: alla richiesta di lasciare la Russia prima dell’arresto aveva risposto che non era il 1937, che quella non era la Russia di Stalin, e che la legge lo avrebbe difeso.
Perché quel sacrificio non resti privo di significato, Browder rende pubblica l’intera documentazione. Novaya Gazeta pubblica una delle lettere per intero, in prima pagina e su altre otto pagine interne. Diventa un caso nazionale. Le autorità russe fanno quadrato e Putin interviene personalmente per scagionare ogni funzionario coinvolto, dal primo all’ultimo. Dentro la Russia non c’è giustizia possibile.
Il Magnitsky Act
Browder torna a fare l’unica cosa che sa fare: seguire i soldi. È il metodo che aveva usato contro gli oligarchi, e vale anche adesso, solo che l’obiettivo non è più recuperare un investimento, è colpire chi ha ucciso Magnitsky. Il ragionamento è elementare. Lo hanno ucciso per 230 milioni di dollari, e quei soldi non sono in Russia ma all’estero: a Londra, in Costa Azzurra, a Courchevel, in Sardegna. La Russia è un paese povero, ma a vedere i russi in Europa sembra ricchissima. E se hanno ucciso per quel denaro e con quel denaro viaggiano, la leva è togliere loro l’una e l’altra cosa.
Browder porta l’idea a Washington e la presenta a due senatori agli antipodi: il democratico Benjamin Cardin, del Maryland, e il repubblicano John McCain, dell’Arizona. Congelare i beni russi negli Stati Uniti, vietare i visti a chi commette gravi violazioni dei diritti umani. Entrambi dicono di sì.
L’amministrazione, però, frena. Sono gli anni del cosiddetto reset con Mosca, e la Casa Bianca non vuole quella legge: funzionari del Dipartimento di Stato, del Tesoro e del Consiglio per la sicurezza nazionale fanno pressione a Capitol Hill per fermarla, sostenendo che i poteri sanzionatori esistenti sono già sufficienti. Browder lo racconta senza giri di parole: la prima a remare contro fu Hillary Clinton, poi John Kerry, e molti altri a seguire.
A sbloccare la partita fu una leva commerciale. L’amministrazione voleva abrogare l’emendamento Jackson-Vanik, la norma dell’era sovietica che negava alla Russia le normali relazioni commerciali e che, restando in vigore, avrebbe penalizzato le imprese americane dopo l’ingresso di Mosca nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il Congresso unisce allora le due partite in un do ut des con la Casa Bianca, e le fa confluire in un unico provvedimento: il Russia and Moldova Jackson-Vanik Repeal and Sergei Magnitsky Rule of Law Accountability Act.
La Camera approva il 16 novembre 2012 con 365 voti contro 43, il Senato il 6 dicembre con 92 contro 4. Obama firma il 14 dicembre. Nell’aprile 2013 escono i primi diciotto nomi: funzionari russi individuati dal Dipartimento del Tesoro come responsabili della detenzione e della morte di Magnitsky e della frode fiscale che aveva scoperto, e per questo colpiti da congelamento dei beni negli Stati Uniti e divieto d’ingresso nel paese. Il giorno della firma il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, disse che il presidente riteneva la legge importante nel suo insieme e l’aveva firmata volentieri, definendola un passo avanti nei rapporti con la Russia: l’amministrazione che aveva combattuto quella legge la presentava pubblicamente come propria.
Putin va fuori di sé. Non era mai successo che qualcuno gli si opponesse davvero, in un mondo che fino a quel momento lo aveva soltanto assecondato: chi voleva i soldi russi, chi voleva il gas. E questa volta non poteva cavarsela a parole.
Man mano che i funzionari finiscono sanzionati, Putin fa dell’abrogazione del Magnitsky Act una priorità di politica estera e si mette a dare la caccia a Browder. Minacce di morte, minacce di rapimento, otto tentativi di segnalazione all’Interpol, una dozzina di richieste di estradizione al governo britannico, cause legali, campagne diffamatorie. L’obiettivo dichiarato è riportarlo in Russia e fargli quello che è stato fatto a Magnitsky.
Helsinki, luglio 2018
Quanto quel nome pesi per il Cremlino si è visto il 16 luglio 2018, alla conferenza stampa di Helsinki. Davanti alle telecamere Putin offrì a Trump uno scambio: gli inquirenti russi avrebbero collaborato con l’indagine americana sull’ingerenza elettorale, in cambio della possibilità di interrogare persone sospettate da Mosca. Il primo nome che fece fu quello di Bill Browder. Trump, interpellato dai giornalisti, definì la proposta «un’offerta incredibile». Seguirono giorni di imbarazzo e una risoluzione del Senato approvata all’unanimità, 98 voti a zero, prima che la Casa Bianca facesse marcia indietro. Un presidente degli Stati Uniti aveva preso in considerazione, in pubblico, di consegnare a Putin l’uomo che aveva fatto approvare le sanzioni contro i suoi funzionari.
L’effetto è opposto. Browder porta la legge altrove: Canada nel 2017, Regno Unito nel 2018, Unione Europea nel 2020, Australia nel 2021, poi Islanda, Norvegia, Montenegro, Kosovo. Oggi le legislazioni di tipo Magnitsky nel mondo sono circa trentacinque.
Il sistema dei prestanome
Il bersaglio, a quel punto, non sono più i 230 milioni della frode originaria: è il sistema dei prestanome su cui poggia la ricchezza del Cremlino. I Panama Papers, nel 2016, ne hanno mostrato il funzionamento: circa due miliardi di dollari movimentati attraverso strutture offshore riconducibili a Sergei Roldugin, violoncellista e amico d’infanzia di Putin, che di mestiere non fa il finanziere.
È la logica del sistema. L’oligarca russo non è un miliardario indipendente ma un fiduciario: custodisce una quota del bottino presidenziale. Chi esce dal binario viene rimosso — Khodorkovsky, il più ricco di tutti, arrestato nel 2003 e spogliato di Yukos, è servito da avvertimento a tutti gli altri. Chi accetta le regole viene ricompensato: Roman Abramovich cede nel 2005 la sua quota di maggioranza in Sibneft alla Gazprom controllata dallo Stato per tredici miliardi di dollari, ed era già da cinque anni governatore della Ciukotka. Non c’è lotta contro la corruzione, dunque, ma ridistribuzione del bottino dentro il cerchio del potere. Uomini apparentemente potentissimi che in presenza di Putin, dice Browder, si rivelano codardi.
La guerra come copertura
Ed è da qui che Browder legge la guerra in Ucraina come una necessità, una copertura. La sua stima è che in poco più di vent’anni Putin e circa un migliaio di persone intorno a lui abbiano sottratto allo Stato russo mille miliardi di dollari: soldi che non sono andati in scuole, ospedali e strade. Un paese impoverito e un pugno di uomini ricchissimi. Perché tutto crollasse bastava un innesco qualunque, un episodio isolato e imprevedibile come il venditore ambulante che in Tunisia si diede fuoco nel dicembre del 2010 e travolse un regime dopo l’altro. Putin — sostiene Browder — non ha voluto restare al Cremlino ad aspettare il giorno in cui sarebbero venuti a prenderlo, e ha applicato il manuale classico: fabbricare un nemico esterno, scatenare un conflitto.
Non c’è diplomazia possibile, in questa lettura, perché in Russia la diplomazia non esiste: è un gioco a somma zero fra chi comanda e chi subisce, senza spazio per il compromesso. Le narrazioni sulla NATO e sulla denazificazione servono al consumo interno — la popolazione ha bisogno di una ragione per la guerra — ma non sono la ragione della guerra. L’errore dell’Occidente è guardare Putin attraverso una lente democratica e immaginare che esista per lui un’uscita negoziata. Non esiste: perdere il potere significa il carcere, la confisca e con ogni probabilità una fine violenta. La fortuna accumulata è diventata la sua prigione, e per difenderla è disposto a bruciare le risorse del paese e a mandare a morte altre migliaia di giovani russi.
Questa è una sintesi, ed è la versione di Browder. I suoi due libri — Red Notice (2015) e Freezing Order (2022) — la raccontano per esteso; le inchieste svizzere, i procedimenti americani e il lavoro dei consorzi giornalistici internazionali l’hanno estesa ben oltre il perimetro della sua testimonianza.

