La “Porta delle Lacrime”: lo Yemen tra petrolio, Houthi e guerra globale

La “Porta delle Lacrime”: lo Yemen tra petrolio, Houthi e guerra globale

di Gino Lanzara per gentile concessione di www.difesaonline.it

Malgrado il battage mediatico, non tutti i palcoscenici offrono spettacoli fruibili; lo Yemen rientra nella casistica, date collocazione geografica e storia recente, contrassegnate dal brand geopolitico Houthi. È sempre e solo politica, malgrado i messianismi dei portavoce militari e le pose à la page con la janbiya: sono spot in un contesto in cui pressioni e giochi di potere si susseguono trasversalmente.

Definiti dalla matrice genetica araba, dall’appartenenza al ramo sciita dello zaidismo e dall’appartenenza al clan al Houthi, gli yemeniti del nord ambiscono all’autonomia nella regione di origine, l’unica ricca di greggio e gas, dove perpetuare uno stato teocratico destinato a non piacere né ai sunniti né agli israeliani, dato il rischio concreto di un ampliamento dell’influenza regionale di Teheran nella Penisola d’ingresso al Mar Rosso.

Bab el-Mandeb, il choke point che spiega la guerra in Yemen

Il conflitto yemenita, in quello che Kaplan ha definito il cuore importante della regione, è dipendente dalla geografia del Paese, dalle sue isole e dai porti di Aden e Mokhā, incastonati nella via della seta intrisa d’acqua salmastra, il cui controllo conferisce un vantaggio strategico sull’intero stretto di Bab el-Mandeb, a sud di Suez. Controllare la Porta delle Lacrime permette di gestire un passaggio geopolitico che collega Europa, Oceano Indiano e Africa orientale, uno snodo che chiarisce quale sia l’obiettivo reale della guerra in Yemen.

Nell’anno del ritorno dell’Odissea, Scilla a Hormuz e Cariddi a Bab el-Mandeb ci ricordano che il mare è sempre presente anche quando si guarda alla geopolitica spaziostellare. Tutto il resto è sovrastruttura; le iniziative americane sono state interpretate come un ritiro tattico dettato da una debolezza congenita e foriera di rapidi cambiamenti degli equilibri di potenza.

Chi sono gli Houthi: zaidismo, Ansar Allah e sicurezza

Gli Houthi combinano realpolitik e islamismo antioccidentale estesi oltre la Penisola arabica grazie all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ed alla campagna nel Mar Rosso. Il concetto di sicurezza Houthi continuerà dunque ad evolversi, pur dovendo considerare una percepita mancanza di legittimità unita ad una sospettabile debolezza interna e ad una struttura politica troppo flessibile ed elementare, con la deterrenza americana da cui dipendono l’interventismo saudita e la dipendenza geografica dall’Oman, choke point necessario alle de-escalation. Del tutto improbabile, dunque, un ritorno ad uno stato unitario ed accentrato, e molto più ipotizzabile un’ulteriore frammentazione con una configurazione a due regioni, con a nord ovest la teocrazia Houthi, erede dell’imamato decaduto nel 1962 e, nel sud est, una federazione politicamente più duttile ma fragile.

Unica forma istituzionale capace di coagulare entità così incompatibili potrebbe essere solo un sistema decentralizzato tuttavia destinato alla sofferenza per ipermilitarizzazione e un’economia di guerra ingestibile con in aggiunta pesanti ingerenze esterne. Di fatto lo Yemen, risultato della somma di entità regionali autonome, esiste come un compendio di micro-Stati e clan in costante e difficile stabilizzazione, dove governano blocchi istituzionalizzati variamente riconosciuti dal consesso internazionale, in perenne sofferenza economica, a cui si aggiungono enclave e zone grigie tra Hadramawt, Socotra, e aree tribali.

Da ribelli di montagna a signori della guerra

La trasformazione degli Houthi da ribelli di montagna a signori della guerra è avvenuta grazie ad un mix di instabilità, alleanze prive di scrupoli e diffuso malcontento, quest’ultimo culminato nel 2011 in una primavera che unse gli Houthi, legati alla famiglia Sayyid, si dice di diretta discendenza dal Profeta, con il crisma della forza rivoluzionaria desiderosa di un regime change appoggiato ad una sempre più stretta alleanza strategico-militare con Teheran ed Hezbollah.

La capacità di sopravvivenza di Ansar Allah — i “partigiani di Dio”, come gli Houthi definiscono il proprio movimento — è elevata nel breve e medio termine, ma debole sul lungo, aspetto comprensibile se si scinde l’aspetto militare da quello economico-sociale. Se è difficile neutralizzarli per via di radicamento sociale, indottrinamento, adattabilità militare, e facile legittimazione anti-imperialista, gli Houthi soffrono per le vulnerabilità da stagflazione e frammentazione tribale.

In sintesi: è più difficile governare che mantenere un perenne stato di mobilitazione, posto che la politica Houthi si basa sull’inevitabilità della sconfitta israeliana, degli alleati occidentali e del trionfo dell’Islam. Mentre la crisi regionale spinge il fronte anti-Houthi a convergenze tattiche, Ansar Allah diversifica le alleanze oltrepassando l’asse iraniano della resistenza cooperando sia con i radicalisti sunniti di al Qaeda attivi a sud tra Golfo di Aden e Mar Arabico, sia con gli Shabaab somali fuori dal settentrione Houthi.

Nuovi allineamenti ed alleanze evidenziano quanto crisi e guerre ridefiniscano lo scenario yemenita, tanto più che il default nel Mar Rosso sta inducendo il campo opposto a cercare forme di cooperazione con la creazione di due aree sostenute rispettivamente da EAU e Arabia Saudita, capaci di compattare la frammentazione geografica interna e di richiedere agli USA sostegno per possibili operazioni di terra contro gli Houthi.

Intanto, gli attacchi dell’opposizione hanno permesso ad Ansar Allah di distrarre il malcontento interno così impossibilitato a mettere in discussione la leadership in carica. Le responsabilità coloniali anglo-francesi, dirette ed indirette sul territorio e dalla sponda africana di Bab el-Mandeb con la contrapposizione tra l’inglese Aden e la francese Gibuti, sono evidenti, visto che a loro possono addebitarsi il mancato sviluppo di uno stato unitario e la spaccatura tra nord e sud.

Gli errori di Washington e l’ascesa di Teheran

Il modello yemenita di Washington si è invece evoluto, passando dal no boots on the ground e dalla caduta di Sana’a, ad una forma asimmetrica di interdizione marittima, accompagnata da errate valutazioni delle dinamiche locali, errori che hanno rimarcato un approccio che ha fomentato le crisi che si intendeva risolvere e che ha trattato l’insorgenza zaydita come un fenomeno locale. Concentrandosi sui terroristi sunniti, gli USA non si sono avveduti dell’ascesa del movimento Houthi al Nord, trattandolo come un trascurabile fenomeno locale, fino al sostegno obamiano alla saudita Decisive Storm del 2015, che ha confuso una guerra civile con un conflitto per procura spingendo gli Houthi tra le braccia di Teheran, prodiga di tecnologia missilistica e know-how per i droni.

Washington, in un’alternanza disforica e borderline di cambiamenti dettati dall’amministrazione in carica, ha ottenuto ciò che intendeva evitare, ovvero la creazione di una testa di ponte iraniana sul choke point di Bab el-Mandeb facilitata da debolezza, indecisione e da un’errata sopravvalutazione della deterrenza militare capace di ingenerare il convincimento Houthi di poter sostenere un conflitto a bassa intensità per un tempo indefinito. Il rapporto costo-efficacia ha finora dimostrato che la potenza navale non può riaprire nessuna rotta commerciale se non è supportata da una strategia globale.

Alla luce della mancanza di analisi più approfondite, l’ennesima gaffe americana è consistita nel voler semplificare troppo, usando prima mezzi unmanned antiterrorismo, poi affidando la crisi all’Arabia Saudita, Paese in cerca di profondità strategica a est via Hadramawt e verso l’Oceano Indiano via al-Mahra, adesso peraltro in attrito con gli EAU, e successivamente affidandosi alla superiorità tecnologica. Mentre gli EAU hanno operato come un cuneo attraverso partner locali, Riyadh è rimasta, ancorché esterna, attrice decisiva in Yemen specie nel dialogo con il sud e con il favorire una formazione di fila con Oman, Qatar, Iran, parallelamente a Egitto, Turchia, Sudan e Somalia secondo un allineamento che avvicina Mar Rosso e Corno d’Africa e che vede Ankara decisa a combattere gli Houthi grazie anche a combattenti siriani secondo il copione libico.

Arabia Saudita, EAU e il nuovo equilibrio regionale

Di fatto gli EAU, sostenendo il Southern Transitional Council, hanno finito di infiammare l’area, con gli Houthi chiamati a gestire un nuovo equilibrio regionale di potenza, prova ne siano gli scontri con i Sauditi a seguito di bombardamenti contro l’aeroporto di Sana’a cui sono sopraggiunti (nelle intenzioni) un blocco navale ed un embargo marittimo totale contro Riyadh che hanno messo la parola fine ad una fase pragmatica di non guerra e non pace, in cui le condizioni economico-umanitarie yemenite sono ulteriormente peggiorate: il governo di fatto Houthi continua a non poter pagare i salari pubblici e, non a caso, ha sollecitato Riyadh a finanziarli anche nelle aree sotto il proprio controllo, esigendo compensazioni per gli effetti economici del blocco e intensificando al contempo la propaganda anti-saudita, che addebita a Riyadh il peggioramento delle condizioni di vita. La pressione sugli USA si è in realtà diretta sui sauditi, che ora privilegiano l’export dal sedime di Yanbu sul Mar Rosso verso il terminale egiziano Sumed.

Petrolio, Hormuz e il rischio di guerra totale

Due problemi: senza il greggio, saudita o iraniano che sia, l’Asia, Cina compresa, va incontro al default di comburenti; chi saturerà le difese aeree di Yanbu, gli Houthi o Teheran? Il dubbio è se tutto non trovi fondamento nella regia di Teheran, manovratrice di crisi energetiche determinate dalla contemporanea chiusura dei due stretti, possibili teatri di un doppio intervento americano. Di fatto, Ansar Allah ha rilanciato la logica dell’unità dei fronti, congiungendo Bab el-Mandeb a Hormuz, in un momento in cui Riyadh deve affrontare il problema strategico del contrasto con Teheran non più contenibile dalla deterrenza americana, con una diplomazia a corto d’idee e dove l’export petrolifero deve passare la forca caudina di Bab el-Mandeb mentre al-Shabaab sta incrementando la minaccia della pirateria.

Va anche considerata, guerra in atto, la possibilità di un eventuale crollo del regime iraniano con il contestuale (ma non così scontato) cedimento dell’Asse della Resistenza in un ordine mondiale in mutamento caratterizzato da multi allineamenti fluidi e instabili, e con una conseguente e possibile balcanizzazione d’area. In questo ambito, va considerata la transnazionalità dei conflitti che interessa anche le supply chain, ovvero l’altro aspetto delle dinamiche di potere.

La guerra dell’informazione degli Houthi

La stessa campagna informativa Houthi è definibile secondo i crismi di una strategia cibernetico-informazionale asimmetrica, ibrida, multilivello e ad elevato rendimento simbolico e con un’efficace diffusione mediatica grazie all’uso spregiudicato dei social che, tuttavia, hanno dimenticato il decennale e brutale assedio della città yemenita di Taiz.

Le operazioni militari diventano strumento di legittimazione politica di massa utilissima per il travisamento degli aspetti autoritari. Interessante notare come cambino i target strategici: il passaggio da Tel Aviv (raggiungibile dai droni Houthi) a Riyadh non era poi così immediato, ad ulteriore riprova della relatività della sovrastruttura religiosa, accantonabile in funzione di interessi temporali emendabili con l’ennesimo miserere.

Non c’è dubbio come la fragilità d’area possa precipitare lo Yemen nella guerra totale, specie per le pressioni iraniane su Washington e monarchie del Golfo, malgrado la riottosità Houthi nel prendere ordini diretti da Teheran e la maggiore propensione a estorcere concessioni a Riyadh, unica possibile interprete di un’impresa terrestre in Yemen, certo da non escludere in funzione delle continue, minacciose e costosissime bizze di apertura e chiusura di choke points incidenti anche sulla funzionalità di Suez. Inevitabile considerare la necessità di evitare che questi paradigmi si diffondano sugli altri punti di strozzatura, imponendo soluzioni che, considerando anche le operazioni di false flag, trascendano risposte reattive ma che contemplino valide alternative logistiche ed operative tra Buona Speranza, Canale del Mozambico, Panama, Malacca.

Scenari e possibili soluzioni

Le soluzioni non sono né pratiche né immediate, dato che né l’azione bellica né quella diplomatica hanno prodotto effetti evidenziando limiti strutturali dovuti anche al fatto che cessare la guerra sottrarrebbe legittimità ad uno stato emergenziale permanente che non prevede una pacifica normalità.

Possibili alternative: estromissione iraniana, creare alternative di governo percorribili che esaltino uno spirito indipendente che trasformi lo Yemen da partner a basso costo a soggetto politico non più in cerca di impossibili destabilizzazioni permanenti à la Trotsky.

Redazione

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