Italo Disco: il suono scintillante degli anni ‘80

Italo Disco: il suono scintillante degli anni ‘80

Il suono di un’epoca molto spesso raccontata, ma non sempre davvero capita, che viene rivalutata e celebrata in un documentario illuminante

C’era una volta la riviera romagnola degli anni ‘80, in cui risuonavano melodie orecchiabili e il caratteristico suono del sintetizzatore per tutta l’estate.

All’epoca, milioni di giovani europei si abbandonavano al ritmo scatenato di una musica fatta di synth accattivanti, testi inglesi più o meno bizzarri, ritmi elettronici coinvolgenti e videoclip visionari.

Erano brani cibernetici alimentati dai sogni e delle speranze di giovani musicisti capaci di sfornare del pop strabiliante, muovendosi sempre a cavallo tra il trash e l’eccellenza. Era il mondo dell’Italo Disco: nato in Italia, rinforzato in Germania, che fece ballare tutto il pianeta (dal sito ufficiale del festival).

Quella della musica da discoteca italiana, è la storia di un successo mondiale, cresciuto sotto il peso di una critica molto agguerrita, abituata a un decennio precedente fatto di autorialità e impegno politico in musica.

In questo documentario, Melazzini tratta dell’universo musicale degli anni ‘80 e in particolare della nascita e diffusione dell’Italo Disco. Nel raccontare la nascita e lo sviluppo di un genere musicale dalle molteplici sfaccettature, questo documentario approfondisce gli aspetti creativi, sociali, economici e produttivi di un fenomeno sociale enorme.

Partiamo dalla genesi di questo documentario: com’è nato e quali erano gli obiettivi iniziali che ti sei posto?

Ci sono svariati fattori che hanno portato alla creazione di questo documentario musicale: innanzitutto bisogna partire dall’assetto produttivo di questo film, che nasce dal fatto che sono un regista-produttore italiano, che vive ormai da 24 anni in Germania, e per questo motivo mi rapporto principalmente con le emittenti televisive tedesche (in particolare con ARTÉ, prestigioso canale culturale franco-tedesco, n.d.r.).  I miei documentari degli ultimi anni nascono co-prodotti con determinate emittenti televisive, e vanno realizzati tenendo conto che sono innanzitutto per un pubblico sia internazionale che locale, quindi sia italiano, francese, tedesco, ma se possibile anche bavarese, qualora, come nel caso di Italo Disco, entri in coproduzione l’emittente di Stato con sede a Monaco. In generale va detto che, sia per la mia storia personale che per esigenze produttive, così come per la storia in sé che sono andato raccontando, il legame tra Italia e Germania, dunque, ha esercitato una grande importanza per la genesi di questo film. Sebbene spesso gli autori non si occupino di aspetti produttivi, questo è un elemento essenziale in un documentario, soprattutto quando tratta di musica, e quindi deve districarsi in un ambito non facile di diritti musicali. Avere una coproduzione è essenziale per potere riuscire a portare a termine il lavoro.

Uno degli obiettivi principali era riuscire a far arrivare questo prodotto a un pubblico “mainstream”, e non parlare solo agli appassionati del genere. Il pubblico di ARTÉ è difatti generalmente di buona cultura, ma non è specifico ed esperto di musica; quindi, era fondamentale tenere a mente il proprio pubblico nel comporre l’opera.

Anteprima Italodisco

Bisogna, infatti, tener conto che il fenomeno musicale dell’Italo Disco, nonostante sia un argomento sicuramente noto agli appassionati, è sconosciuto ai più. Quindi, nel produrre il documentario ho tenuto presente l’esigenza di creare un mix particolare per raccontare con attenzione una storia che interessasse un pubblico vasto e internazionale, attraverso uno studio rigoroso e un’approfondita ricerca d’archivio con interviste ad artisti e protagonisti dell’epoca, così come studiosi e deejay moderni.

Perché hai scelto di trattare proprio dell’Italo Disco?

Venivo da un documentario dedicato all’architettura e alla spiritualità cistercensi, e avevo il desiderio di occuparmi di un tema molto diverso, molto italiano, ma anche internazionale e, nonostante ciò, poco conosciuto. Un tema dedicato a un genere musicale con un forte collegamento tra l’Italia e la Germania, con un focus su Monaco di Baviera, la città dove vivo.

Tra i miei scorsi lavori avevo già scelto argomenti “pop” (come nel caso del documentario Cicciolina. L’arte dello scandalo), ma in genere mi piace spaziare in vari campi, ed essere eclettico, anziché fare il vampiro e fissarmi sempre e solo su un particolare tema da declinare in mille modi. Molti pensano che i documentari seri debbano solo essere di argomento prettamente sociale o politico e presentare possibilmente una realtà problematica, mentre io sono più interessato all’arte, alla musica e alla cultura.

A proposito degli artisti del documentario, quale è stato il criterio di scelta che hai utilizzato per decidere i vari brani da citare e le varie testimonianze (tra cui diversi protagonisti della stagione d’oro dell’Italo Disco come Sabrina Salerno, Roberto Zanetti e i Righeira)?

Nella scelta dei vari protagonisti, ho voluto collaborare con artisti universalmente conosciuti, come ad esempio Sabrina Salerno ei Righeira.Sabrina Salerno, nonostante provenga dalla parte finale dell’Italo Disco, è stata comunque molto utile come collaborazione perché oltre a essere un nome assai noto, è stata una delle poche donne veramente conosciute di questo genere (a prevalenza maschile).I Righeira, ritenuti la parte più “superficiale” del mondo dell’Italo Disco e visti in quegli anni come l’apogeo della musica mainstream, in realtà provenivano da un percorso punk e dalla new wave e a me interessava concentrarmi sulla loro immagine, sulla loro attitudine, sui loro video, in ultima analisi sulla loro deriva futurista. Infatti, quando nel documentario mi concentro sui loro aspetti intellettuali, cerco di dimostrare come questo genere non fosse solo superficiale e trash, come ritenuto dalla maggior parte della gente, ma anche molto profondo e geniale, citando le hit più famose dei Righeira (Vamos a la Playa e No Tengo Dinero), che avevano diversi legami con gli esponenti del futurismo italiano del primo Novecento.

Ho cercato, dunque, di muovermi in una maniera non scontata nel presentare queste icone italiane dell’Italo Disco.

Sabrina Salerno © Alpenway Media

Chiaramente, poi è stato necessario tenere presente non solo la realtà musicale italiana ma anche il mondo tedesco, essendo un film prodotto non solo da Rai Com, ma anche da un’emittente tedesca e da una franco-tedesca. E l’aspetto del legame della Germania è funzionale non solo nel raccontare lo sviluppo del genere dell’Italo Disco, ma anche per il pubblico a cui è rivolto il documentario.  Per questo motivo ho intervistato, ad esempio, Mathias Modica, un rinomatoproduttore italo-tedesco che vive tra Berlino e Monaco e ha una conoscenza non scontata del fenomeno Italo Disco.

Inoltre, ho considerato molto importante toccare gli aspetti sociologico del fenomeno: la sfida non era quella di prendere e presentare solo dei cantanti, uno dopo l’altro, bensì compiere anche una riflessione più ampia sull’oggetto del documentario.

In questo caso, sapevo sin da subito che per ottenere questo obiettivo avrei dovuto intervistare il sociologo Ivo Stefano Germano, che giàaveva detto la sua con “Cicciolina”). Ho poi voluto intervistare una produttrice discografica, senza dimenticare un compositore geniale come Pierluigi Giombini, che ha regalato alla musica dei pezzi “classici” del genere Italo Disco.

Ho provato a mettermi in contatto anche con Moroder e i Daft Punk, ma con loro non ho avuto successo: probabilmente perché sanno di essere a un altro livello e non hanno voluto essere accomunati a un fenomeno che loro giudicano solamente commerciale. Ma la mia è solo una supposizione, perché non ho ricevuto risposte.

Quando si tratta di Disco Music non si fa riferimento specificamente a quella italiana. Eppure, proprio da qui è iniziato e si è amplificato il fenomeno, che ha trovato in Germania prima, nell’Europa del Nord poi, e infine in tutto mondo, una forte risonanza. Secondo te, quali sono stati i fattori del successo internazionale dell’Italo Disco e dell’eco planetaria di alcuni testi musicali (come le hit dei Righeira)?

È sempre strano cercare di comprendere il successo mondiale di un fenomeno, perché esiste sempre un elemento inconoscibile nei successi planetari, in qualsiasi campo e tempo. Si possono definire tanti aspetti, ma non si riuscirà mai a capire come mai qualcosa a un certo punto ha ottenuto una fama esponenziale. Si può certamente studiare il fenomeno, come ho fatto io, e tirare fuori una serie di idee senza pretesa di essere esaustivi.

Nel caso dell’Italo Disco bisogna sottolineare come gli anni ‘80 fossero un mondo molto diverso e più ristretto rispetto al nostro, e come questo genere musicale fosse indubbiamente legato alle estati italiane.

L’Italia degli anni ‘80 era uno dei pochi paesi, forse l’unico, dove il Nord Europa andava in vacanza e questo ha portato alla creazione di una realtà produttiva italiana costituita da piccole label musicali (non da major famose, che non erano interessate a produrre quel determinato genere musicale).

Così iniziò la proliferazione di nuove etichette discografiche anche di provincia (per esempio la Memory Records nei pressi di Parma).

Da questa provincialità, sono nate delle vere e proprie fucine creative che hanno potuto sperimentare, anche con grande successo economico, la propria musica elettronica nella riviera adriatica. Iniziarono le iconiche estati italiane, caratterizzate dalle musiche catchy dell’Italo Disco, ed iniziò in tutto il Nord Europa la diffusione per passaparola di queste melodie, come vere e proprie “cartoline delle estati italiane”.

L’Italo Disco divenne dunque la musica dell’estate degli anni ‘80 e raggiunse un successo internazionale.

The Art of the DJ© Daniele Baldelli + Alpenway Media

Inoltre, alla fine del decennio, con l’abbattimento del Muro di Berlino, si aprì un mercato musicale assai vasto che, grazie a discografici della Italo Disco come Mikulski in Germania, diffuse la musica italiana in tutta l’Europa dell’Est, che venne quindi associata alla libertà riconquistata.

L’influenza della musica italiana si può notare tutt’ora in questi paesi (basti pensare allo show- parodia dell’emittente nazionale russa “Ciao 2020!”, seguito poi da “Ciao 2021!”)

L’amore per la musica italiana permane ancora in questi paesi, tant’è che sono stato invitato sia a Mosca che a Kiev, cosa non scontata viste le atrocità che stanno accadendo dallo scorso 24 febbraio. A Varsavia, poi, è stato un trionfo, gli spettatori sono stati entusiasti e riconoscenti… una cosa commovente, simile per altro a quanto accaduto alle proiezioni a Buenos Aires.

L’Italo Disco, dopo un periodo di appannamento, durato circa dagli anni ‘90 allo sviluppo di Internet, sembra esser tornata nuovamente di moda nel genere dell’elettronica italiana. Che cosa ne pensi di questo fenomeno?

Non è un segreto che noi italiani non siamo in grado di amministrare la nostra creatività e per questo motivo anche l’Italo Disco ha perso di popolarità durante la fine degli anni ‘90, diventando un genere sempre più “di nicchia”. Sicuramente, il ritorno dell’Italo Disco in questi ultimi anni è stato determinato dal fatto che nella cultura tutto si ripete e reinventa continuamente, ed è proprio ciò che sta accadendo nel genere musicale dell’elettronica in Italia. Ormai gli anni ‘80 sono considerati così lontani dalle nuove generazioni, che tutte le influenze di questo periodo sono viste non più in maniera negativa ma anzi come interessanti e bizzarre. Per quanto riguarda le generazioni che hanno vissuto in prima persona il periodo d’oro della Disco Music, ora che si ritrovano ad avere una maggiore stabilità economica possono sicuramente andare maggiormente ai concerti e sostenere le realtà del passato. Credo che sia anche questo elemento ad aver riportato in auge il genere musicale.

Onestamente, non sono stupito da questo fenomeno, perché come ho già detto prima, è normale che nella cultura ritornino determinate caratteristiche delle epoche passate, e non mi stupirei se fra qualche anno avverrà un grande ritorno degli anni 1990 e 2000 come modello per le generazioni future. Io credo che, in momenti di grande difficoltà e incertezza, come quello che stiamo vivendo oggi, il guardare a un decennio molto ingenuo nel suo edonismo, venga fatto con tenerezza e nostalgia: si sente la mancanza di quella componente cafona e superficiale degli anni ‘80, che rappresenta comunque un’infanzia felice che ora sembra non esistere più.

Uno dei meriti della Disco Music, è quello di avere “creato” la figura del DJ, che per gli adolescenti di oggi costituisce il centro della vita mondana del weekend sera, da passare in discoteca. Nel tuo documentario emerge che il DJ in Italia diventa ‘artista’. Cosa significa e come si è declinato poi nel tempo questo significato?

Io non sono uno studioso della storia dei deejay, e ovviamente nel mio documentario non sono riuscito ad inserire tutto quello che avrei voluto, ma quello che si evince dal documentario sulla figura del deejay, è essenzialmente il fatto che fino agli anni ‘70 non esisteva questa figura, ma soltanto colui che “metteva su i dischi”. Con le grandi discoteche della riviera adriatica, e con l’industria turistica dove l’Italia era vista come il paese delle discoteche, inizia a nascere all’interno dei vari locali, la necessità di una figura ieratica centrale quasi come un “sacerdote della notte”. Quella dei deejay diventa non solo un business ma anche un’arte, ossia quella di saper creare una melodia e intrattenere il pubblico.

Il deejay è egli stesso una parte creativa del processo musicale e rispetto al passato è considerato una “star”, poiché molto spesso non è più solo esecutore di musiche altrui, ma diventa produttore delle basi che mette su. Per questo sono molto contento che al progetto hanno partecipato due professionisti indiscussi come Daniele Baldelli e DJ Hell. Oggi mettere la musica diventa essa stessa un aspetto creativo.

Cosa significa per un film come Italo Disco essere presente al Festival del cinema tedesco? Che cosa ha significato e che significato personale ha questo film per te?

Sicuramente quando lavori a un documentario compi un difficile lavoro di ricerca dei finanziamenti, studio e realizzazione che può durare diversi anni. Quindi, quando riesci a portarlo a un festival, puoi finalmente rapportarti con il pubblico e raggiungere un momento di grande soddisfazione personale. Avevo già dovuto presentare i miei scorsi lavori a diversi festival (tra cui L’eredità dei cistercensi e Come un fiume. The Ska faces), ma nel caso di quest’ultimo mio film, che tratta appunto di una musica considerata essenzialmente “trash”, ha stupito molto, soprattutto nel caso dei festival d’autore (che solitamente presentano documentari con tematiche più tristi e introspettive).

A parte gli appassionati del genere musicale, che mi hanno ringraziato per la realizzazione di questo film (soprattutto in Argentina), mi ha commosso vedere la grandissima partecipazione anche da parte di giovani e persone estranee all’Italo Disco. La cosa che mi ha maggiormente colpito durante i vari festival è stato l’apprezzamento di tutte quelle persone che hanno vissuto questo genere musicale e non avevano ancora avuto un riconoscimento intellettuale così forte, né una rappresentazione cinematografica e intellettuale che riuscisse a dare dignità al fenomeno sociale della Disco Dance. Mi sembra di aver notato, tra le persone che ho intervistato, così come tra i tanti adulti che furono giovani negli anni ‘80, un grande apprezzamento per aver dato visibilità a un mondo che spesso viene visto con superficialità, mentre è giusto approcciarvisi con rispetto, affetto e curiosità.

Intervista di Margherita Lecce

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