L’Afghanistan, le missioni internazionali e il ruolo dell’Italia.  Intervista al generale Battisti (prima parte)

L’Afghanistan, le missioni internazionali e il ruolo dell’Italia. Intervista al generale Battisti (prima parte)

Mai come in questo periodo si cerca di comprendere l’Afghanistan, il ritorno dei Talebani, il ruolo che hanno avuto le diverse missioni internazionali che si sono susseguite negli ultimi vent’anni.

Attraverso interviste a personaggi che possono essere in grado di spiegare ed interpretare i grandi eventi strategici internazionali, specialmente nel campo della politica estera e della sicurezza, Paolo Quercia debutta su La Voce di Ginevra.

La prima parte dell’intervista al Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti. Insignito di numerose onorificenze, nel 2011 ha assunto l’incarico di Comandante del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO in Italia. In seguito ha ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della missione ISAF e quello di ITA–SNR a Kabul.

E’ autore di numerosi saggi e conferenze a carattere professionale presso Istituti
Universitari e culturali sia nazionali sia internazionali. E’, inoltre, autore dei libri
“Penne Nere in Afghanistan” (2004) e “ Storia Militare dell’Afghanistan” (2015).

  1. Generale, Lei ha servito in Afghanistan per lunghi periodi. Ci può intanto raccontare le diverse missioni occidentali che si sono susseguite ed in particolare le differenze tra l’operazione a guida USA Operation Enduring Freedom e la International Security Assistance Force della NATO? 

In Afghanistan si sono succedute in questi ultimi vent’anni quattro missioni: International Security Assistance Force (ISAF), su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dal 20 dicembre 2001 al 31 dicembre 2014; Resolute Support Mission (RSM) dal 1° gennaio 2015 ad oggi, in sostituzione di ISAF; Operation Enduring Freedom (OEF) dal 7 ottobre 2001 al 28 dicembre 2014; Operation Freedom’s Sentinel (OFS) dal 29 dicembre 2014 ad oggi, in sostituzione di OEF.

La Operation Enduring Freedom era un’operazione a guida USA lanciata nell’ottobre 2001 contro i Talebani quale primo atto della guerra al terrorismo Assieme ad ISAF ha dato un notevole contributo a tenere le formazioni terroristiche nel Paese fossero tenute sotto pressione, riducendone sensibilmente la libertà d’azione.

  • Ed ISAF ?

L’ISAF, inizialmente sotto la guida semestrale dei singoli membri della NATO, aveva il compito, su mandato delle Nazioni Unite, di assistere il governo afghano nel mantenimento della sicurezza, limitatamente all’area di Kabul e dintorni. La NATO ha preso il comando della forza nell’agosto 2003 e, sempre su mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha esteso gradualmente le operazioni sull’intero Paese, passando da una missione di peacekeeping ad una combat. ISAF è stata una delle più grandi coalizioni della storia; la missione più lunga e impegnativa della NATO fino ad oggi. Al suo apice nel 2011, la forza consisteva in oltre 130.000 uomini e donne provenienti da 51 Nazioni dell’Alleanza e dei Paesi partner. Nell’ambito dell’impegno globale della Comunità Internazionale, ISAF ha operato per assicurare le condizioni di stabilità affinché il governo afghano potesse esercitare la propria autorità in tutto il Paese, contribuendo così a migliorare la governance e lo sviluppo socio-economico della società. Lo sforzo principale di ISAF, oltre a contrastare l’insurrezione talebana, è stato quello di costituire (da zero) le Forze di sicurezza nazionali afghane tramite la missione di addestramento NTM-A(NATO Training Mission Afghanistan di addestramento in Afghanistan).

  • Entrambe le missioni terminano nel 2014. E dopo?

Verso la fine del 2011, contemporaneamente all’avvio della riduzione del contingente USA era stato avviato un graduale processo di transizione della responsabilità del controllo del territorio alle forze di sicurezza locali. Questo processo – noto come Inteqal in Dari e Pashtu – si è concluso nel dicembre 2014, quando la missione ISAF è terminata e le forze afghane hanno assunto la piena responsabilità della sicurezza della loro Nazione. ISAF è stata sostituta il 1° gennaio 2015 dalla Missione “no-combat” Resolute Support, che aveva come focus la formazione, la consulenza e l’assistenza (Train, Advise and Assist) alle Afghan Security Institutions (Ministeri della Difesa e Interno) e alle Afghan National Defense Security Forces (ANDSF) a tutti i livelli di comando e d’impiego. Il 28 Dicembre 2014 è terminata anche l’operazione Enduring Freedom, sostituta dalla missione contro il terrorismo Operation Freedom’s Sentinel.

  • Veniamo all’Italia. Quali sono stare le sue prime considerazioni nell’assistere dal nostro Paese alle convulse modalità con cui il conflitto è stato chiuso, vedere i Talebani andare al potere a Kabul e soprattutto prendere possesso di Herat, un’area di responsabilità militare italiana per oltre 15 anni? 

È un evento epocale che si presta (e si presterà) nei prossimi mesi e anni ad ampie analisi e discussioni per motivare o capire questo fallimento, con uno strascico di recriminazioni e accuse su chi sia (stato) il responsabile di aver abbandonato l’Afghanistan al proprio destino.

La tragedia afghana, e il modo in cui si è conclusa nella generale indifferenza mondiale, è un dramma ben peggiore di quello della caduta di Saigon del 1975, che tra l’altro si inquadrava nel contesto della Guerra Fredda. Allora erano solo gli USA ad aver abbandonato il Vietnam del Sud al suo destino, oggi tutta la Comunità Internazionale è colpevole ed è responsabile delle conseguenze di questo abbandono: le Nazioni Unite, la NATO, l’Unione Europea e i 51 Paesi della Missione Internazionale, Italia compresa.

Si tratta di un ulteriore duro colpo alla credibilità americana a livello mondiale, già minata con l’abbandono dei Curdi, con l’indebolimento delle sue capacità di deterrenza e della volontà di sostenere i Paesi alleati in difficoltà: nessuna Nazione potrà più fidarsi completamente degli USA (Taiwan avvisata!).

L’ingresso delle bandiere bianche con le scritte nere dei Talebani nel Palazzo Presidenziale di Kabul, avvenuto il 15 agosto 2021, è una data simbolica per i nostri avversari da celebrare due volte: i vent’anni degli attentati alle “due torri” e la sconfitta degli USA sul campo.

Un evento che verrà enfatizzato dalla jihad transnazionale per rimarcare la debolezza dell’Occidente incapace di lottare per i propri valori di libertà e di democrazia e, soprattutto, per i propri Alleati.

Una debolezza che rischiamo di pagare pesantemente!

  • Questo sul piano strategico e delle relazioni internazionali. Ma sul piano personale ed umano?

Per molti di noi, militari italiani che siamo stati in Afghanistan in questi ultimi vent’anni, è stato un momento di immensa tristezza ed amarezza per quanto è avvenuto in quel Paese. Non avrei mai pensato che il nostro impegno si concludesse in questo modo! Vedere i talebani percorrere con le bandiere al vento le strade di Kabul e giocare nella palestra del contingente italiano ha provocato in me, ma anche in tanti miei colleghi, una angoscia indescrivibile che mi accompagna ogni giorno dal 15 agosto. Il mio pensiero è sempre più rivolto ai fratelli afghani, e soprattutto alla parte più debole della società, ovvero alle donne e alle bambine nel timore – sempre più fondato – che ritornino a vivere in condizioni di estrema emarginazione sociale e culturale. Ciò renderebbe vano l’impegno di tanti soldati e civili della Comunità Internazionale che hanno sacrificato la loro vita, tra cui 53 Caduti e oltre 700 feriti e mutilati italiani, per evitare che l’Afghanistan potesse ritornare ai tempi bui del regime talebano.

  • Che futuro vede per l’Afghanistan?

Si tratta di un “futuro” che assomiglia sempre più a un ritorno alla situazione antecedente l’intervento dell’ottobre 2001: un santuario dell’Islam radicale e terroristico. Questo timore (direi terrore) per il futuro è molto sentito (e sofferto), soprattutto nelle popolazioni urbane (le più occidentalizzate), circa il comportamento dei Talebani una volta che avranno riguadagnato il potere, tenuto conto che nelle aree sotto il loro controllo sono stati ripristinati i rigidi principi nei comportamenti imposti nel periodo del loro breve governo (1996 – 2001).

  • Ma chi sono oggi davvero questi Talebani? E quanto sono diversi rispetto a quelli del 2001? Che indicazioni ci provengono dal nuovo governo?

La composizione del governo ad interim del nuovo “Emirato Islamico d’Afghanistan” toglie ogni illusione che i Talebani possano essere cambiati in questi vent’anni. Sono cambiati sicuramente in termini d’immagine utilizzando una strategia comunicativa avvincente e “moderata” ma nei fatti e sul piano politico/ideologico e sociale sono gli stessi. Si tratta di un governo composto esclusivamente da sunniti (l’Iran ha espresso forti critiche per la mancanza di sciiti, gli hazara) e prevalentemente da pashtun (solo 2 tagiki e 1 uzbeco), senza donne ovviamente, con personaggi presenti sulla black list dei terroristi dell’ONU e altri ricercati internazionali, molti sono clerics, sia mullah sia mawlawi (studiosi islamici sunniti altamente qualificati). il ministro della Difesa è Mohammad Yaqoob, figlio del mullah Omar, il fondatore dei Talebani, il ministro dell’Interno è Serajuddin Haqqani, leader dell’omonima rete vicina ad Al-Qaeda specializzata in attacchi suicidi, amico di Osama Bin Laden, sul cui capo pende una taglia dell’FBI di 10 milioni di dollari.

  • Veniamo al problema del presunto consenso ai Talebani. Possiamo dire che dopo venti anni di governo occidentale dell’Afghanistan i Talebani nella loro avanzata hanno trovato un relativo consenso? Le modalità della loro avanzata in qualche modo parrebbe lasciarlo intendere…  

Secondo un sondaggio dell’Asia Foundation effettuato nel novembre 2019, su di un campione di circa 130.000 persone, oltre l’85% degli intervistati non aveva simpatia per i Talebani (88,6% nei centri urbani e 83,9% nelle campagne); solo un 6% aveva piena propensione per il loro sistema politico.

Nell’offensiva iniziata lo scorso maggio i talebani hanno evidenziato una “visione strategica” frutto di un piano ben congegnato e articolato. Nella loro offensiva iniziata lo scorso maggio, hanno prima isolato i varchi di confine, stringendo accordi con le formazioni di insorti che operavano ai confini di Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan; in seguito hanno tagliato le principali arterie che collegano il Paese e infine posto sotto assedio i capoluoghi di provincia. Una visione operativa, accompagnata da una valida narrativa, che mostrava una efficiente struttura di comando e controllo e lasciava presupporre il supporto di Paesi stranieri con personale militare professionista (Pakistan?). un approccio simile a quello dello Stato islamico durante la sua ascesa che nel 2014 portò all’occupazione di vaste zone dell’Iraq e della Siria, in particolare l’arruolamento forzato dei giovani, il rapimento di vedove e giovani donne per darle in sposa ai guerriglieri, la liberazione dei prigionieri nelle carceri governative.

  • Ma sono simili ai combattenti del passato?

I guerriglieri di oggi sono molto diversi dai mujahidin che affrontarono i sovietici negli anni Ottanta. In questi anni i talebani si sono impadroniti, al pari dello Stato islamico in Iraq, di equipaggiamenti e armi delle forze di sicurezza afghane. Sono più addestrati, hanno una struttura operativa molto simile a quella di un esercito regolare, sono molto più organizzati e capaci di combattere.

L’azione militare è stata preceduta da un’azione di convincimento (corruzione, minacce, intimidazione, ecc.) al tradimento dei vertici politici e militari provinciali che hanno influito decisamente sulla volontà combattiva delle forze di sicurezza governative, creando, dopo le prime vittorie talebane, la psicosi della sconfitta. Ciò era da attribuire ad una leadership che non ha saputo “prevedere lo scenario peggiore” e preparandosi per tempo con un adeguato ridislocamento dei reparti e il preposizionamento dei rifornimenti e delle munizioni.

  1. La figura leggendaria di Massud, l’eroe del Panshir è stata una icona della ribellione degli afghani, prima ai sovietici e poi ai Talebani. Ora i Talebani cancellano i murales con la sua immagine dalle mura di Kabul proprio nell’anniversario dei 20 anni della sua morte per mano di Al-Qaeda. Dobbiamo dire che è morto invano? 

Non penso. Il Leone del Panshir è uno dei tanti esempi nella storia di capi militari e politici che hanno dimostrato coerenza nelle proprie scelte e determinazione nella lotta pur trovandosi in situazioni di estrema difficoltà in termini di rapporti di forze e disponibilità di risorse. La sua figura è una icona per la resistenza al nuovo regime talebano che sta ancora combattendo nella Valle del Panshir. Tagiki che, come faceva Massud, si sono ritirati nelle valli laterali e in profondità, colpendo di sorpresa. Almeno fino a quando avranno rifornimenti. Ritengo che poi cercheranno di non soccombere sino a ottobre, quando inizierà a nevicare e la valle sarà sempre più impraticabile (lunga circa 130 chilometri con una ventina di valli laterali).

  1. Torniamo ai Talebani, per ora i nuovi governanti dell’Afghanistan. Sul piano realista, prescindendo da chi essi sono e dei valori di cui sono portatori, Lei che li ha visti da vicino e combattuti, ritiene che possa essere necessario e soprattutto utile per l’Italia avere con loro un rapporto politico? Oppure pensa che siano talmente fuori dai canoni della società civile occidentale per cui è meglio erigere contro di loro un cordone sanitario? 

La Comunità Internazionale non ha riconosciuto l’ISIS che nel 2014-2016 aveva creato una entità politica organizzata come uno Stato tradizionale (Al Baghdadi aveva chiesto questo riconoscimento).

Il fronte, tuttavia, non è così compatto al momento come per l’ISIS. Turchia, Russia, Cina, Qatar, Iran e Pakistan hanno mantenuto aperte le loro sedi diplomatiche a Kabul. Del resto, come è possibile riconoscere un governo che annovera tra i suoi ministri terroristi internazionali, rappresentanti della Haqqani Network e stretti collaboratori di Osama Bin Laden. Mi rendo conto che un dialogo comunque è necessario instaurarlo per poter esfiltrare gli Afghani che hanno collaborato con i contingenti occidentali. È un bel dilemma!

Paolo Quercia

E' direttore responsabile della rivista geo-economica GEO TRADE. Analista politico, esperto di strategia e relazioni internazionali. Ha lavorato come direttore di ricerca e analista per il Centro Alti Studi della Difesa di Roma, occupandosi di relazioni internazionali, sicurezza e rischio paese. È stato consulente del Ministero dello Sviluppo Economico e del Ministero degli Affari Esteri. Ha collaborato con numerosi centri studi italiani e stranieri per realizzare progetti di ricerca policy oriented, tra cui l’Unità di Analisi e Programmazione del Ministero degli Esteri. È direttore scientifico di AWOS A World of Sanctions e autore di analisi sul rischio sanzionatorio per le imprese. Insegna “Studi Strategici” al corso di Relazioni internazionali nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Perugia. Tra le sue recenti pubblicazioni “Geopolitica e Commercio Estero: Sicurezza economica, export control e guerre commerciali”.

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