Le contraddizioni dello smartworking

Le contraddizioni dello smartworking

Sara e Piero, due giovani genitori di Napoli poco più che trentenni, hanno da poco terminato i rispettivi congedi di maternità e paternità. Per loro fortuna, l’asilo pubblico di quartiere consente di affidare il piccolo Marek ai tutor dalle 8.30 alle 16, finestra oraria durante la quale possono accendere il pc, grazie alla banda larga connettersi alle stanze virtuali dei loro rispettivi lavori, partecipare a pochi e interessanti meeting, chiudere con tutta calma dei report con qualche giorno di anticipo, fare la spesa, badare alle faccende domestiche, dedicarsi a una soddisfacente cura della persona.

Purtroppo però, Sara e Piero non esistono. Il mito dello smart working, nato negli anni ‘80 e ora finalmente implementato per necessità imposta dalla pandemia, ha mostrato tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti. Gli orari di lavoro effettivo sono estesi anche fino a tarda sera, nei fine settimana. Recenti studi dimostrano che lo “stress da Zoom” sia un costo psicologico in preoccupante aumento, soprattutto per le donne. Anche se molti lavoratori e datori di lavoro, l’80% secondo un recente sondaggio di McKinsey, sostengono che gran parte del lavoro possa effettivamente essere svolto in remoto, gli spazi comuni, l’interazione personale, e la “cultura sociale” che si sviluppa in un luogo fisico sono insostituibili. Studi di psicologia cognitiva e comportamentale hanno da tempo dimostrato che frequenti interazioni sui luoghi di lavoro promuovono la cooperazione e la fiducia tra colleghi, elementi essenziali per la creazione di valore economico nel lungo periodo. Ecco perché nonostante la tecnologia ne consenta l’abbandono, molte aziende stiano comunque conservando spazi fisici per consentire il ritorno periodico a quello che lo psichiatra Edward Hallowell di Harvard definisce uno human moment.

La sfida dell’era post-covid, in Italia come in tutto il mondo, sta tutta qui. Ripensare il lavoro è l’urgenza principale di un paese che è ancora troppo indietro nella partecipazione femminile, che va a braccetto con il tasso di natalità negativo da anni. Un paese che ha livelli di disoccupazione preoccupanti, e che diventano drammatici per un under-25 su due del sud, senza lavoro o addirittura né in cerca di occupazione né in fase di formazione. Una partecipazione che va accompagnata da un lato con ampi investimenti in tecnologia, connettività e riduzione del digital divide, da un altro con l’aggiornamento dei diritti dei lavoratori che prevedano la disconnessione e il rispetto della work-life balance. Solo se le risorse del recovery plan appena approvato saranno destinate all’avvio del processo di risoluzione di questi temi è possibile immaginare una ripresa stabile e duratura. Il miglior regalo per la festa dei lavoratori. 

Marcello Puca

Marcello Puca è un economista, ricercatore presso l'Università degli studi di Bergamo, per l'Università della Svizzera Italiana e la Webster University di Ginevra. Si è formato all'Università degli studi di Napoli Federico II e presso la Toulouse School of Economics. Si occupa di microeconomia applicata, economia pubblica, ed economia delle istituzioni.

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