Mens sana in corpore sano

Mens sana in corpore sano

Le vivaci polemiche che stanno accompagnando in queste settimane le decisioni del governo italiano e delle regioni in merito alle chiusure degli spazi di vita comune per contrastare la diffusione del Coronavirus, si sono spesso concentrate sull’alternativa fra la chiusura delle scuole e dei luoghi culturali  oppure delle palestre e degli spazi per le attività sportive. Da una parte si sottolinea la priorità da attribuire alle scuole, come luogo di formazione culturale e di vita collettiva dei giovani, dall’altra si ricorda che l’attività fisica è indispensabile per la promozione della salute, come giustamente raccomandano tutte le autorità sanitarie. Mens sana in corprore sano.

Mens sana in corpore sano: ora più che mai.

Il diritto alla salute, attraverso l’attività fisica, si contrappone così al diritto all’istruzione e alla cultura. La possibile chiusura riguarda in effetti i rispettivi luoghi simbolici: la palestra, la piscina, le poste da sci e i campi di calcetto da una parte, la scuola e gli spazi culturali (musei, librerie, teatri, sale da concerto) dall’altro.

Queste posizioni, entrambe valide e con solidi argomenti, hanno un sapore antico e richiamano il motto latino Mens sana in corpore sano, spingendo a una riflessione di lungo periodo sulle relazioni fra la mente e il corpo, perché una pandemia è sempre un rivelatore della struttura di una società e del sentire profondo di una popolazione. Nel mondo contemporaneo questo motto è stato declinato ponendo l’accento sul ‘corpore sano’, tanto da divenire l’acronimo di una nota marca di scarpe sportive, l’ASICS, che significa Anima sana in corpore sano, con il solo accorgimento di sostituire mens con anima, non per ragioni filosofiche ma semplicemente perché MSICS sarebbe risultato impronunciabile e quindi poco efficace nella pubblicità.

L’insistenza attuale sulla prestanza del corpo rischia di mettere in ombra il significato originario e più profondo della frase, che è tolta dalla decima satira di Giovenale (verso 356). A un personaggio che gli chiede cosa si debba chiedere agli Dei, Giovenale risponde che ricchezza e potere sono causa di rovina e l’unica cosa da desiderare è ‘Una mente sana in un corpo sano’. Ma la frase messa nel suo contesto non da la priorità al corpo, perché l’accento è piuttosto sulla mente, il che corrisponde alla filosofia stoica, molto presente nella Roma imperiale. Nella medicina e nella cultura classica greco-romana la mente non è separata dal corpo e i due componenti di questa classica dicotomia devono essere entrambi sani e in equilibro.

Attraverso i secoli il pendolo ha oscillato fra i due poli della dicotomia, spostando volta a volta l’accento sulla mente o sul corpo. Come tutte le dicotomie fondamentali (si pensi a vita/morte), anche questa è irrisolvibile, perché, come per un magnete, un polo non esiste senza l’altro, almeno nella vita terrena degli organismi.  Pagando il prezzo di semplificazioni certamente eccessive, si possono individuare nella storia culturale e sociale del mondo occidentale degli spostamenti importanti verso un’estremità o verso l’altra del pendolo delle relazioni mente-corpo, mutamenti anche profondi che provocano rivoluzioni antropologiche e cambiano le ideologie dominanti.

Nella cultura classica la bellezza e l’armonia del corpo si accompagna alla ragione, stabilendo un legame stretto fra salute, etica ed estetica. Nelle città grande e piccole dell’Antichità classica le terme e le palestre occupavano una posizioni privilegiata. Ma le palestre non erano luoghi chiusi riempiti di tappeti, macchine e pesi ma spazi aperti circondati spesso, come ad esempio nella palestra di Pompei, da un grande porticato per riposarsi all’ombra, mangiare e conversare. Le stesse terme non erano piscine, con vasche da percorrere n volte, ma luoghi di salute e vita collettiva, per discutere di politica, economia, letteratura o filosofia, in cui si cura il corpo e si coltiva la mente.

Con l’origine del Cristianesimo e poi del mondo mussulmano, alla mens si sostituisce l’anima, che ha un’origine divina ed è separata dal corpo (e per tutto il Medio Evo si è discusso su quale momento l’anima entra nel corpo, formando un individuo cosciente e divino, in genere tre mesi o quattro dopo la concezione). La teologia cristiana riprende la filosofia platonica che considerava la psiché (ψυχή, in lingua greca), l’anima, come distinta dal corpo, anche se successivamente il punto di riferimento sarà Aristotele, per il quale l’anima non è distinta dal corpo, ma coincide con la sua forma, rappresenta la capacità di realizzare le potenzialità vitali del corpo. Nella pratica religiosa come nella cultura generale, il  corpo è spesso visto come una sorta di prigione, di luogo delle passioni animali, dalle quali ci si deve liberare, anche con le punizioni corporali.

Nel Medioevo e anche successivamente, in vari ambienti culturali, gli esercizi non sono fisici, ma spirituali e si tende all’ascesi, che significa allontanarsi dal corpo, sottrarsi ai legami con il mondo materiale rappresentato dal corpo. La pratica ascetica permetteva all’anima di purificarsi di tutto ciò che è corporeo e di ritornare così alla originaria perfezione ideale. L’estasi (dal greco ἔκστασις, composto di  ἐξ + στάσις, ex-stasis, «essere fuori»), celebrata nella vita dei santi, o la trance (dal latino transire, passare), studiata dagli antropologi culturali sono uno stato psichico di sospensione ed elevazione  mistica della mente, che viene percepita come estraniata dal corpo: da qui la sua etimologia, a indicare un «uscire fuori di sé».

Con l’Umanesimo e il Rinascimento risorge il mito classico della bellezza, del corpo e dell’anima, e si torna all’idea classica della salute come armonia ed equilibrio fra il corpo e la mente. I criteri estetici sono applicati alla vita e a tutte le attività; la bellezza del corpo torna a bagnarsi nelle ‘Chiare, fresche, e dolci acque’. Nel Settecento l’illuminismo trasforma in divinità la Ragione, il pensiero e il movimento romantico che lo segue mette al primo posto il valore della spiritualità, della creatività, e quindi la mente al di sopra di tutto, dando ampio spazio all’irrazionale e all’immaginario, dove il corpo ha poca importanza.

Mens sana in corpore sano

Anzi, il corpo deforme o malato diviene quasi condizione indispensabile per la genialità, l’intuizione artistica e la creatività. Nel periodo romantico la malattia e la difformità sono caratteristiche dei geni, come la difformità di Leopardi, la sordità di Beethoven, la tubercolosi di Pergolesi, Keats, Chopin, Kafka e delle sorelle Brontë, la sifilide di Schumann, Wolf e Baudelaire.

A partire dai primi del Novecento, nel mondo post-moderno è il corpo che domina l’immaginario collettivo, il corpo femminile o maschile ben formato, magro, muscoloso e armonico, privo di ‘deficit’ e casomai potenziato, come per il movimento del transumanesimo, che parla di sostituzione e miglioramento con la biotecnologia degli organi, compreso il cervello, lasciando in oscurità e in sottordine il miglioramento e il potenziamento della mente. Lo sport acquista un ruolo sempre più centrale nella vita degli individui e delle collettività, promosso in negativo dai movimenti totalitari del Novecento e trova in positivo il suo apogeo nel movimento olimpico, che riprende nel proprio manifesto il motto latino mens sana in corpore sano, spostando l’accento sul corpo.

Negli ultimi decenni la transizione antropologica si è ulteriormente rafforzata, dando luogo a una ideologia maggioritaria anche se non ancora dominante, centrata sulla corporalità. Si saltano volentieri le lezioni se sono di ostacolo alle attività fisiche e con gli amici non si va al cinema o a teatro, ma si fa ‘footing’, ‘una corsetta’ o una partita di calcetto. Le attività culturali, gli ‘esercizi spirituali’ vengono sostituiti dagli esercizi fisici. E a questo si aggiunge l’attenzione estrema al cibo, alla cucina, al mangiar sano per il benessere del corpo.

La fitness, che all’origine in Charles Darwin indicava la capacità degli animali di adattarsi al proprio ambiente con il corpo ma soprattutto con il comportamento e le attività percettive, diventa, con un profondo scivolamento di senso, un luogo in cui si fa ginnastica per migliorare la propria ‘forma’ intesa come prestanza corporale. Il primato del corpo, eventualmente ‘arricchito’ da piercing e tatuaggi, è segno distintivo di successo e il rapporto di causalità viene rovesciato: per avere una mente sana (e il successo sociale che ne consegue) occorre innanzitutto avere un corpo in ‘perfetta forma’.

Anche nella costruzione di una risposta corretta alla pandemia in corso, e soprattutto per preparare il futuro, quanto tutto questo sarà finito, ridefinire un corretto equilibrio fra mente e corpo, fra cultura e attività fisica potrebbe essere un obiettivo non secondario.

Bernardino Fantini

Bernardino Fantini è professore emerito di Storia della Medicina e della Sanità presso l’Università di Ginevra. Nato a Nepi (Viterbo), dopo una laurea in biochimica all’Università di Roma nel 1974, ha ottenuto nel 1992 un dottorato in storia e filosofia delle scienze della vita all’EPHE-Sorbonne di Parigi. Dal 1990 al 2013, è stato direttore dell’Istituto di Storia della medicina e della salute dell’Università di Ginevra. E’ presidente dell’Istituto Italiano di Antropologia, dell’Association des Concerts d’été à St Germain e della Società Dante Alighieri di Ginevra. Le sue ricerche si sono indirizzate principalmente alla storia della genetica e della biologia molecolare, alla storia della microbiologia e delle malattie infettive, alla filosofia delle scienze della vita e allo studio, teorico e sperimentale delle relazioni fra musica, scienza e medicina. È sposato con Rita Gai e ha tre figli e cinque nipoti.

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