Quanti “Ponti Morandi” esistono in Italia?

Quanti “Ponti Morandi” esistono in Italia?

Tre anni fa, esattamente il 14 agosto del 2018, a Genova il Viadotto Polcevera, conosciuto come Ponte Morandi, crollava improvvisamente portandosi via la vita di 43 persone. Un dramma che ha aperto un dibattito molto acceso sulla gestione e la manutenzione di ponti e viadotti in Italia.

A distanza di tre anni il tema è ancora caldo e si continua a dibattere sullo stato delle infrastrutture del Belpaese e la gestione del territorio tra dissesti idrogeologici e leggi inadeguate. Maurizio Ponte é ingegnere civile e ricercatore confermato in Geologia Applicata presso l’Università della Calabria, dove insegna discipline afferenti alla meccanica delle rocce e alla geologia applicata alle grandi opere di ingegneria civile. La nostra intervista.


Ingegner Ponte, come mai non viene fatta manutenzione ordinaria e straordinaria a infrastrutture
che nascono con un Piano di manutenzione preciso e una vita utile definita? Nel 100% dei casi, la
vita utile viene superata e non s
i accantonano
le risorse per rifare tali opere. In questo modo, i
costi di manutenzione diventano via via così alti da rendere impossibile il mantenimento in
sicurezza delle strutture.

Ogni opera di ingegneria civile viene progettata in funzione della “vita nominale”,convenzionalmente definita come il numero di anni nel quale è previsto che l’opera, purché soggetta alla necessaria manutenzione, mantenga specifici livelli prestazionali, diversi in funzione dell’importanza della struttura. I mancati interventi di manutenzione, ordinaria e straordinaria, scaturiscono dalla falsa percezione di sicurezza dell’opera, specie se realizzata con materiali ritenuti quasi “indistruttibili”, quali il calcestruzzo armato o l’acciaio.

Quella che manca, in realtà, è un’accurata attività di monitoraggio dello stato di “salute” delle strutture, che consentirebbe di individuare eventuali fenomeni di ammaloramento delle stesse e di porre in atto gli opportuni interventi. Intervenire allorché lo stato di degrado delle strutture è già avanzato, ovviamente, comporta notevoli oneri economici che, talora, renderebbero più conveniente abbattere la struttura che risanarla. Va, poi, detto che in molti casi si tratta di strutture progettate e realizzate molti anni prima dell’emanazione delle attuali norme tecniche sulle costruzioni, decisamente più severe rispetto alle precedenti.

La gestione del territorio


Perché non si riesce a gestire il ciclo di manutenzione e rifacimento di tali opere come avviene, per
esempio, in Svizzera?


Credo che la causa principale, più che a inadeguatezza tecnica o superficialità, sia riconducibile,
come spesso accade, alla scarsità delle risorse economiche da destinare a tali attività. Purtroppo,
spesso solo a valle di eventi luttuosi, come quello del 2018 a Genova, tali criticità emergono. Ciò
testimonia, a mio avviso, il fatto che ancora viviamo nella cultura dell’emergenza, più che in quella
della prevenzione.


Perché in Italia non c’è una corretta ed efficace “gestione del territorio”, che una volta era portata
avanti da chi ci viveva?

Nella mia esperienza, ho potuto constatare come molti fenomeni ricadenti nel cosiddetto
“dissesto idrogeologico” (ma sarebbe più corretto chiamarlo “geoidrologico”, poiché l’idrogeologia
si occupa solo della circolazione delle acque nel sottosuolo), siano riconducibili alla mancata
adozione di quelle corrette pratiche agrarie del passato. A ciò si aggiunga il progressivo abbandono delle campagne, che in assenza di interventi di manutenzione, in occasione di frequenti fenomeni meteorici caratterizzati da notevoli intensità, a episodi di movimenti superficiali che, anche se non coinvolgono grandi volumi di terreno, possono rappresentare una fonte di rischio per strutture e infrastrutture.

Cosa fare dopo Ponte Morandi?


Se il territorio non viene gestito, esso si comporta liberamente come se l’uomo non ci fosse e si
generano — naturalmente — tutti i fenomeni idrogeologici a cui assistiamo tutti i giorni (frane,
inondazioni, ecc.). Cosa si dovrebbe fare per innescare un circuito virtuoso e avere in Italia un
sistema simile a quello svizzero o nipponico?


Sicuramente, incentivare, con opportuni interventi governativi, il “ritorno alla terra”: potrebbe
rappresentare una svolta ai fini della prevenzione del dissesto. Si sortirebbero così, contestualmente, due obiettivi: il rilancio dell’economia delle regioni, specialmente nell’Italia meridionale, a vocazione naturalmente “agricola”, nelle quali, per ragioni legate essenzialmente alla loro orografia, talvolta molto accidentata, non è possibile prevedere un grande sviluppo industriale. Secondariamente, un’oculata gestione dei terreni, anche grazie alle innovazioni tecnologiche attualmente disponibili e a una corretta gestione delle acque, superficiali e profonde, sicuramente limiterebbe fortemente l’insorgenza di quei fenomeni alluvionali cui si accennava precedentemente.


Le leggi italiane in materia di protezione del territorio sono adeguate e vengono applicate?


Ritengo che il quadro normativo in Italia sia alquanto “completo”. Già dai primi anni 2000, dopo Sarno, è obbligatorio per le regioni di istituire leABR (Autorità di Bacino Regionali), attualmente sostituite dai “distretti” in cui il territorio italiano è suddiviso. A questi è demandato il compito di definire i programmi di azione per la mitigazione del rischio e per la salvaguardia del territorio, con la descrizione tecnica degli interventi e le singole stime di costo. Ciò che manca è, secondo il mio parere, la capacità, intesa sia in termini manageriali che economici, di attuare le norme esistenti. Già da molti anni le norme italiane sono allineate, con piccole sfumature, alle norme europee. Occorre superare l’eccessiva burocratizzazione dei processi e destinare a essi maggiori risorse economiche, nonché coinvolgere maggiormente le categorie professionali naturalmente “votate” alla difesa del suolo, in particolare i geologi e gli ingegneri geotecnici

Oreste Foppiani

Oreste Foppiani è professore associato confermato di Storia e Politica internazionali presso l'Università Webster, dove dirige il Dipartimento di Relazioni internazionali. Ha insegnato o diretto progetti di ricerca in diversi atenei tra Milano, Tokyo, Washington e New York. Membro dell'Association Genevoise des Journalistes (RP Impressum) e dell'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia-Romagna (2004-2018), è stato corrispondente permanente di Libertà presso l'Onu di Ginevra dal 2008 al 2016.

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