Thibault Muzergues intervista sull’Europa.

Thibault Muzergues intervista sull’Europa.

 

La Voce di Ginevra ha incontrato Thibault Muzergues, autore del libro “War in Europe? From impossible war to improbable peace”, Routledge 2022. Il volume offre un’originale e stimolante riflessione sul fatto che l’Europa sta progressivamente allontanandosi dall’essere un’area pacifica e libera dai conflitti per divenire un continente circondato da guerre e scosso da tensioni sociali e geopolitiche interne. È veramente possibile il ritorno dell’Europa ad essere una terra di conflitti? Come impedirlo? Paolo Quercia né ha parlato con l’autore in un colloquio tenutosi a Roma nel dicembre 2021. 

1. Thibault, hai scritto un libro molto interessante e stimolante. Quando hai deciso di lavorare su questo tema e perché hai scelto questo approccio originale?  

Ho iniziato a lavorare al libro nel 2019, in Ucraina orientale appena a 100 chilometri dalla linea del fronte. E la Guerra era arrivata in Europa, visto che l’Ucraina fa parte dell’Europa, anche se non dell’Unione europea. La guerra è tutt’ora una realtà quotidiana per l’Ucraina e soprattutto per coloro che vivono nelle provincie orientali del Paese. Il Progetto ha preso forma anche a partire da un altro episodio importante di quell’anno, le proteste in Francia dei gilet gialli. Poi c’erano le tensioni più macro nel sistema internazionale, con il libro di Graham Allison “Destined for War”, in cui ci mette in guardia dal rischio che la rivalità tra Cina ed Usa può divenire un conflitto armato reale.

In quegli stessi anni si è parlato con sempre maggior insistenza del ritorno della competizione tra potenze e del rischio di conflitti ad alta intensità, concentrandosi sempre però su scenari extra-europei. Sostanzialmente non c’è stata alcuna riflessione sul rischio che la guerra possa arrivare più vicina all’Europa o, addirittura, avvenire in Europa.  

L’aspetto dell’Europa

L’idea principale del tuo libro è che l’Europa progressivamente è iniziata a scivolare in uno stato di tensione all’interno e all’esterno dei suoi confini che lo spettro della violenza organizzata o addirittura quello della Guerra deve essere considerato come reale. È davvero una possibilità concreta o si tratta di un modo paradossale e metaforico di criticare la mancanza dell’Europa di una identità geopolitica e di difesa comune? 

Un pò entrambe le cose. Naturalmente, non sostengo che l’Unione Europea è sul bordo di un conflitto. Anche se, se un conflitto dovesse avvenire esso potrebbe verificarsi molto più velocemente di quanto pensiamo. Io volevo sottolineare un pericoloso paradosso: nonostante l’Unione Europea vuole diventare un attore geopolitico, non ha speso neanche un po’ di tempo a pensare ai suoi affari geopolitici. Sottovalutare questi aspetti fondamentali rappresenta un rischio reale per il continente e per l’Unione poiché ci sono tanti attori all’interno e all’esterno dei confini comuni che vorrebbero cogliere questa occasione per trarre vantaggio per i loro interessi. Non è un libro apocalittico, ma piuttosto un avviso, una sorta di sveglia dell’opinione pubblica. 


PJM1135_01, 8/13/14, 5:44 PM, 8C, 5610×7707 (203+208), 100%, Repro 2.2 v2, 1/15 s, R57.7, G33.6, B51.9

Gli americani

2. Dove e quando questo processo di insicurezza europea è iniziato? La riduzione dell’ombrello politico e militare americano ha giocato qualche ruolo?  

Qui vorrei fare chiarezza. Al momento, l’ombrello militare americano in Europa rimane intatto, anzi esso è ulteriormente aumentato dopo l’invasione della Crimea da parte della Russia nel 2014. Ma è anche vero che gli europei non hanno più certezze sulla permanenza di questo scudo americano, almeno in maniera simile a come esso era concepito 15 o 20 anni fa. Gli europei hanno visto crescere negli Usa le tendenze isolazioniste (chiamate in maniera politicamente corretta con il termine inglese “restraint”) . E al tempo stesso, hanno veduto l’Europa divenire geopoliticamente sempre meno rilevante. Questo è importante, ma non è il motivo principale del perché l’Europa oggi è più fragile.

La crisi dell’Europa

L’Europa è entrata in una crisi multidimensionale, ossia una molteplicità di crisi che convergono verso il suo centro. Noi Europei combattiamo sulla solidarietà (anche se il recovery plan ha momentaneamente attenuato questo aspetto), sull’identità, su come comportarci con attori esterni assertivi come Russia e Turchia. Ma soprattutto, paradossalmente, nel momento in cui la maggior parte delle potenze ha iniziato a riarmarsi verso la fine degli anni 2000, noi abbiamo deciso di fare proprio l’opposto. E non è molto facile avere come obiettivo la costruzione del pacifismo in un solo Paese! Ma tornando alla domanda, il 2008 e l’anno della crisi economica, sociale e finanziaria sono stati i veri catalizzatori di queste diverse crisi. Forse potremmo andare anche indietro al 2004 – 2005, per cercare il problema nelle difficoltà di creare un Europa coesa, il fallimento della Costituzione europea, che ancora oggi non è stato risolto. O addirittura andare ancora più indietro, al Trattato di Nizza, con la mancata opportunità di preparare l’allargamento e le opportunità mancate di costruire un Europa della difesa coerente.

Anche da questo nasce la flebile reazione dell’Unione europea all’ascesa di Russia e Cina nei primi anni 2000. Il deterioramento della sicurezza europea ha tante facce e dunque tante origini. Questo non vuol dire che la guerra è inevitabile, ma sicuramente essa è divenuta più probabile.    

I confini

3. L’Europa è piena di crisi ai nostri confini. Puoi fare un rapido giro d’orizzonte facendo alcune priorità? Di cosa dovremo preoccuparci di più?  

Le minacce più immediate vengono dall’Est e dal Sud. Ad Est la Russia ha definitivamente denunciato la propria insoddisfazione con la situazione geo-politica determinatasi dopo la Guerra fredda e si sta preparando a sfidare l’ordine europeo, non solo in Europa orientale, ma anche nel Mediterraneo ed in Africa. A Sud, vi è il fenomeno migratorio, che rappresenta un problema gigantesco per l’intera Europa, come molti hanno realizzato dopo la crisi migratoria del 2015. È un problema che viene non solo dai Paesi di provenienza, ma anche da quei Paesi che hanno tradizionalmente giocato un ruolo di regolatori dei flussi, come la Turchia, la Libia, la Tunisia, il Marocco. Quando si indeboliscono le strutture dello Stato il caos rende impossibile gestire i flussi migratori. E quando c’è uno Stato autoritario esso sfrutta i flussi come delle armi per ricattare l’Europa. Negli anni recenti lo abbiamo visto con la Turchia, il Marocco ed ora anche con la Belorussia. 

Il ruolo della Cina

Importante nel lungo periodo e è anche considerare l’insediamento della Cina come attore all’interno dell’Europa. Per il momento i punti di ingresso sono stati prevalentemente economici, ma sappiamo che la Cina gioca una partita di influenza che può presto trasformarsi in guerra economica. Ed i lituani ne sanno qualcosa in questo momento. Vediamo che in Europa esiste ormai un campo pro cinese, contrastato da un campo, più numeroso, anti-cinese. Questa contrapposizione può finire per cambiare la geopolitica del continente. Infine, non dobbiamo dimenticare la frattura creatasi tra i due poli occidentali europeo ed anglosassone dopo la Brexit e l’elezione di Donald Trump. In passato l’Occidente è stato forte perché anglosassoni ed europei, quegli che chiamo “Anglos and Euros” nel libro, sono rimasti uniti. Se così non sarà più, vedremo un Europa con sempre maggiori problemi. 

4. Vuoi parlarci anche dei conflitti sociali interni all’Europa? Quali sono i più importanti? Sono così gravi che possono portare a conflitti interni?  

Basti pensare al fenomeno dei gillet gialli in Francia, e si può constatare quanto distruttiva può essere la questione sociale in Europa. E come essa può peggiorare se viene strumentalizzata da potenze straniere. Dalla crisi economica del 2008 l’Europa ha dovuto affrontare turbolenze sociali notevoli ed in alcune parti del continente non sono ancora state riassorbite. Certamente in Recovery Fund ci dà la possibilità di aggiustare qualcuno di questi squilibri, ma dobbiamo ancora verificare quale sarà l’impatto reale del Covid nei prossimi anni. Ancora più preoccupante è il problema delle crisi delle identità e come possiamo affrontare il problema della diversità in Europa.

Il problema degli schieramenti in Europa

Non c’è solo il problema dei globalisti contro i sovranisti e ci sono i problemi di carattere territoriale, come in Catalogna, dell’irredentismo, ad esempio in Bosnia Erzegovina o nei Paesi baltici; ma anche il problema dell’integrazione e dell’assimilazione delle comunità straniere di recente immigrazione. Quello che in Francia è chiamato il problema del secessionismo interno. Sotto la superficie della normalità, questi problemi sono molto presenti in Europa. E tempi di durezza economica possono favorire l’adozione di politiche identitarie che possono facilmente portare al confronto violento. Il Covid potrebbe aver in qualche modo rallentato i processi, che però ritorneranno dopo la pandemia. La cui fine potrebbe vedere il ritorno di non pochi problemi in alcune parti d’Europa. 

5. Pensi che una vera guerra potrà combattersi realmente di nuovo in Europa. Quali circostanze potrebbero attivarla? 

Nel mio libro traccio sette possibili scenari per il ritorno della guerra in Europa. Essi vanno dai conflitti localizzati fino ad un conflitto ampio. La maggior parte di loro è collocato in un arco di medio – lungo termine, oltre un decennio. Non sto affermando che la guerra sarà presto alle porte di Ginevra ma se le cose continueranno come hanno fatto per gli scorsi 10-15 anni, dobbiamo pensare anche a questa eventualità nel futuro. In ultima analisi, dobbiamo anche essere onesti su cosa sono la pace e la guerra. Oggi vi sono decine di modi per fare una guerra, anche senza prendere le armi gli uni contro gli altri. Informational warfare, cyber warfare, economic warfare, sono tutti nuovi concetti comparsi nel nostro vocabolario negli ultimi 20 anni.

Europa: un futuro incerto

Essi però non sono un sostituto della guerra ma piuttosto un acceleratore dei conflitti, che avvicinano il rischio di un conflitto militare. Oggi dobbiamo affrontare la realtà di un possibile scenario che l’Europa ed il mondo resteranno in uno stato di non-pace per un periodo lungo. Un terreno di mezzo che non è né di pace né di guerra. Per questo motivo ho usato nel mio libro il sottotitolo “dalla guerra impossibile alla pace improbabile”, che è una parafrasi della descrizione di Raymond Aron dell’Europa nella guerra fredda, quando “la pace era impossibile ma la guerra improbabile”. 

Paolo Quercia

E' direttore responsabile della rivista geo-economica GEO TRADE. Analista politico, esperto di strategia e relazioni internazionali. Ha lavorato come direttore di ricerca e analista per il Centro Alti Studi della Difesa di Roma, occupandosi di relazioni internazionali, sicurezza e rischio paese. È stato consulente del Ministero dello Sviluppo Economico e del Ministero degli Affari Esteri. Ha collaborato con numerosi centri studi italiani e stranieri per realizzare progetti di ricerca policy oriented, tra cui l’Unità di Analisi e Programmazione del Ministero degli Esteri. È direttore scientifico di AWOS A World of Sanctions e autore di analisi sul rischio sanzionatorio per le imprese. Insegna “Studi Strategici” al corso di Relazioni internazionali nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Perugia. Tra le sue recenti pubblicazioni “Geopolitica e Commercio Estero: Sicurezza economica, export control e guerre commerciali”.

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